Articolo del “Corriere della Sera” sulle Foibe

22 02 2007

Corriere della Sera, martedì, 1 febbraio, 2005

 

Politica e memoria LE FOIBE SILENZIO E CHIASSO di Claudio Magris

 

  La verità, diceva Gramsci, è sempre rivoluzionaria; tenerla nascosta non è solo un inganno e una truffa, ma un inquinamento che avvelena e tarpa la vita di tutti, anche di chi la reprime e prima o dopo ne paga il fio.           La verità può essere soffocata in tanti modi: tacendola, alterandola, isolandola dalla vita e dalla storia in cui s’ inserisce; la verità sul nazismo, ad esempio, comprende anzitutto le sue atrocità, che niente può sminuire, ma anche ciò che ha aiutato il nazismo a prosperare, come l’iniqua umiliazione imposta alla Germania dalla pace di Versailles. Un altro modo di stravolgere la verità, di profanarla, è strumentalizzarla, usarla per fini che non hanno niente a che vedere con essa. È dunque quanto meno curioso che un ministro della Repubblica – cui Enzo Biagi tempo fa consigliava sul Corriere di far ginnastica, in omaggio al detto mens sana in corpore sano – dia dell’infoibatore, come riferisce Il Piccolo del 30 gennaio, a chi critica la strumentalizzazione politica dei crimini compiuti più di mezzo secolo fa dai partigiani titoisti assassinando (gettandoli nelle foibe del Carso) tanti avversari politici o presunti tali, non solo italiani ma soprattutto italiani, in nome dell’odio ideologico e soprattutto nazionalista. Ho scritto più volte dei crimini delle foibe (e dell’ esodo istriano, fiumano e dalmata, che ha coinvolto pure persone della mia famiglia); ne ho scritto già in anni lontani, quando tanti che ora se ne sciacquano la bocca se ne infischiavano altamente. Ne ho scritto sul Corriere della Sera, giornale di una certa diffusione, e ne hanno scritto, con ben maggiore autorità, storici e studiosi, le cui opere rigorose e precise erano e sono accessibili a chiunque desideri conoscere questa verità. In quegli articoli denunciavo, come altri ben più autorevoli di me, l’oblio di quella tragedia e di quei crimini, l’indifferenza, il cinismo e l’ignoranza nei loro confronti. Sottolineavo la viltà e il calcolo opportunista di tanta sinistra italiana, che in nome di un machiavellismo da quattro soldi, destinato a ritorcersi contro se stesso, cercava di ignorare, dimenticare e far dimenticare il dramma dell’esodo istriano, fiumano e dalmata e gli eccidi delle foibe, affinché non si parlasse di crimini commessi dal comunismo o in nome del comunismo (in quel caso, di un nazionalcomunismo). Sottolineavo altresì la pavida pigrizia diffusa a questo proposito nella classe intellettuale, ignara di quei capitoli di storia e soddisfatta della propria ignoranza. Mettevo in evidenza – come hanno fatto molti altri molto meglio di me e altrettanto ignorati – la cecità e il regressivo abuso dell’estrema destra, che coltivava il ricordo di quelle tragedie e di quei crimini non tanto per ricordare le vittime e condannare i precisi colpevoli e complici, bensì per rinfocolare inumani e generici rancori razzisti antislavi, quegli ottusi odi antislavi che sono stati in parte all’origine di quella tragedia patita dall’Italia ai suoi confini orientali, che sono in parte responsabili della perdita di quelle nostre terre, che non avremmo mai perduto se il fascismo non avesse fatto la sua guerra. Il bestiale odio anti-italiano che si è espresso nelle  foibe non è certo giustificato dal bestiale odio antislavo che si era scatenato a lungo su persone colpevoli solo di essere slave, così come la stragrande maggioranza delle vittime delle foibe era solo colpevole di essere italiana. Perché, sino a pochi anni fa, il dibattito politico e il battage mediatico ignoravano il dramma dei nostri confini orientali, perché, tranne che in pochi ambienti circoscritti, non si parlava delle foibe ? Se i comunisti non ne parlavano per le ragioni che si è detto e se i fascisti ne parlavano solo nel loro ghetto, perché la stragrande maggioranza moderata, che oggi se ne riempie la bocca, taceva? I grandi giornali di informazione non erano alle dipendenze di Mosca, il potere economico e politico non era nelle mani di Tito o di Stalin; non tutti gli attuali esponenti di centrodestra sono ex estremisti di sinistra convertiti o rinnegati, ma la maggior parte di loro militava già allora in formazioni politiche moderate; erano già in età più che scolare, sapevano leggere e scrivere e avrebbero potuto, dovuto, conoscere quella pagina atroce e parlarne. Anche di Goli Otok, dei gulag titoisti, ho scritto sul Corriere ormai molto tempo fa, ma né allora né quando uscì il ben altrimenti importante e fondamentale libro di Giacomo Scotti, ciò divenne di interesse nazionale. I grandi italiani, quelli democratici, campioni di libertà e di resistenza, ne hanno sempre parlato, come ad esempio Leo Valiani, che, condannato dal tribunale speciale fascista anche per aver dichiarato di voler continuare a battersi per i conculcati diritti degli slavi, aveva votato più tardi contro il Trattato di pace, per protesta contro   l’ingiustizia subita dall’Italia ai confini orientali, ingiustizia che il trattato sanciva. Ma nessuno li ascoltava, perché quell’Italia libera e civile, patriottica ossia non nazionalista, non interessava a nessuno, era solo una nostra esigenza, diceva Biagio Marin. Fino a pochi anni fa parlare delle  foibe non «serviva» alla lotta politica e dunque non se ne parlava. Oggi quei morti servono e dunque se ne parla, ma per usarli quali strumenti di una lotta politica che non ha nulla a che vedere con la storia di quelle tragedie, di quei crimini, di quegli anni.   Comunque sia, ben venga ogni occasione di ricordare le vittime; è bene che si parli di quella pagina terribile, che si conosca e si sappia la storia delle foibe. Ma che oggi la destra al potere – erede di quella colpevole della nostra catastrofe nella Seconda guerra mondiale e della mutilazione dell’Istria – usi le  foibe per difendere il proprio potere è una bestemmia. Usare oggi le foibe contro la sinistra italiana di oggi è indegno, come sarebbe indegno usare le leggi razziali fasciste contro Berlusconi o contro Fini, che avranno molte colpe ma non certo quelle delle leggi antisemite del ’38. Usare i morti come un manganello è sacrilego e blasfemo nei loro confronti; i morti vanno tenuti sempre presenti nel nostro ricordo, accanto a noi, non dissepolti per manipolarli. Chi ha da sempre succhiato col latte la verità di quella storia e ha sofferto di vederla ignorata, rimossa o coltivata faziosamente e dunque falsificata, non può non provare un invincibile moto peristaltico dinanzi a questa becera empietà. È forte la pericolosa tentazione di pensare non tanto secondo categorie politiche, quanto secondo più profonde e immodificabili categorie umane; di pensare che, prima di dividersi in sinistra e in destra, l’umanità si divide, come scriveva Sciascia, in uomini e in quaquaraquà, e in varie sottocategorie intermedie tra queste. Quaquaraquà, come è noto, è un modo di essere, ma fa pensare pure a uno starnazzare come quello che sentiamo ogni giorno sempre di più.





Storia delle Foibe 2 (seguito)

22 02 2007

Foibe e torture. I quaranta giorni dell’orrore rosso

 

    “Trst je na!” , “Trieste è nostra!”, gridavano i partigiani di Tito sfilando per le vie della città semideserta. Era il 1° maggio del 1945, nella Venezia Giulia il peggio stava ancora per cominciare. La «corsa per Trieste» fra Alleati e titini provenienti dall’ Istria era iniziata settimane prima, quando gli Alleati si erano resi conto, con un ritardo alquanto sospetto, che il controllo del porto triestino sarebbe stato indispensabile per consentire il rifornimento delle truppe impegnate in Austria a contenere l’ Armata Rossa. Ma Tito li aveva preceduti. Fedele all’ insegnamento di Stalin («il possesso rappresenta i nove decimi del diritto»), il Maresciallo jugoslavo aveva rinunciato a liberare Lubiana e Zagabria pur di giungere per primo nella città italiana. E non solo: per rendere completamente jugoslava l’ occupazione di Trieste, aveva anche fatto trasferire in Slovenia le brigate partigiane italiane «Natisone», «Fontanot» e «Trieste», impegnate nel territorio italiano. Quando giunsero anche le truppe alleate, furono bloccate a Monfalcone e soltanto al comandante, generale Freyberg, fu consentito l’ ingresso in città come «ospite» privo di autorità. Dopo di allora, per 40 lunghissimi giorni, Trieste fu una città jugoslava ed i triestini ne soffrirono le conseguenze. Benché il conflitto fosse terminato, vennero proclamati stato di guerra, legge marziale e coprifuoco dalle 15 del pomeriggio alle 10 del mattino. Per «alleggerire» l’ italianità della regione, furono poi richiamate alle armi molte classi, per trasferire le reclute in Croazia o Slovenia. La libertà di stampa durò 24 ore, poi tutti i giornali furono soppressi, tranne il quotidiano comunista Il Nostro Avvenire. Nel frattempo, si era anche scatenata la polizia segreta Ozna la quale, appoggiata dalla «Guardia del Popolo», operò centinaia di arresti ingiustificati che si conclusero generalmente con un colpo alla nuca o con collettivi infoibamenti. Tutti i membri del Cln (dal quale erano usciti i rappresentanti del Pci) finirono in carcere o costretti a tornare nella clandestinità e così molti partigiani italiani che non avevano accettato il nuovo corso. I 200 finanzieri che avevano garantito fino a quel momento l’ordine pubblico una notte scomparvero misteriosamente, ma si può immaginare la loro fine visto che, il giorno seguente, molti partigiani titini indossavano l’ uniforme della Guardia di Finanza. Villa Segrè, sede della volante rossa della «Guardia del Popolo», diventò una «villa triste» di colore rosso anziché nero. Nell’ interno si verificarono cose atroci: torture, uccisioni e gratuiti episodi di sadismo. Finalmente, dopo la creazione del «Territorio libero di Trieste» diviso in «Zona A» e «Zona B», il 12 giugno 1945, i titini furono costretti dagli Alleati a fare fagotto. Si portarono via tutto il trasportabile: dal patrimonio della Banca d’ Italia (160 milioni di lire) fino alla cancelleria degli uffici. Per Trieste fu comunque un giorno di festa; cominciava invece la lunga agonia della «Zona B» dalla quale giungeranno di tanto in tanto a Trieste messaggi disperati come questo scritto su volantini tricolore: «Triestini, ricordate i vostri quaranta giorni sotto i titini? Noi li stiamo ancora vivendo. Aiutateci!». Ma non furono aiutati. La «Zona B», che secondo il Trattato di Pace avrebbe dovuto essere equamente divisa con accordi diretti fra Roma e Belgrado, fu inglobata nel territorio jugoslavo; l’appropriazione indebita troverà infine una copertura giuridica con l’ accordo italo-jugoslavo firmato a Osimo nel 1975. (Arrigo Petacco)  

«Vola colomba» e in tutta Italia furono lacrime 

Febbraio 1952. Trieste si commuove e canta la canzone a lei dedicata da Nilla Pizzi, «Vola colomba», che vince il Festival di Sanremo. Una musica dolce, triste e orecchiabile e un testo (Cherubini-Concina) che alludono chiaramente alla condizione della città giuliana ancora sotto occupazione alleata, minacciata delle brame espansionistiche di Tito. L’ allegoria è chiara: «Dio del Ciel se fossi una colomba / Vorrei volar laggiù dov’ è il mio amor / Che inginocchiato a San Giusto / Prega con l’ animo mesto: / Fa che il mio amore torni. Ma torni presto. / Vola, colomba bianca, vola / Diglielo tu, Che tornerò / Dille che non sarà più sola, / E che mai più la lascerò». L’ amore che deve tornare è l’ Italia. E le allusioni a Trieste (mai nominata espressamente) continuano nelle strofe successive con «E il campanon din don ci faceva coro» (el «campanon» per i triestini è la campana maggiore della cattedrale romanica di San Giusto che, fatto raro, emette un sol perfetto) e addirittura una battuta in dialetto triestino («anche il mio vecio te sogna»). «Vola colomba» fu dunque la bandiera del ritorno di Trieste all’ Italia. (Mario Luzzatto Fegiz).





Storia delle Foibe 1

22 02 2007

TRIESTE 1954-2004 Nove anni di trattative ma la spartizione finale sembrò un tradimento 

Nel maggio 1945 la città era passata dal dominio dei nazisti a quello dei titini. Dopo la creazione del Territorio Libero, De Gasperi si sforzò di difendere l’italianità delle zone A e B. Ma l’annessione di quest’ultima da parte di Belgrado era nei fatti. LE TAPPE 

1 marzo 1945. Alle 9.30 le truppe jugoslave entrano a Trieste precedendo quelle angloamericane. Iniziano quarantadue giorni di occupazione titina12 giugno 1945. Le truppe jugoslave lasciano Trieste e la città passa sotto il governo degli anglo-americani 10 Febbraio 1947. Il trattato di Parigi dichiara Trieste “Territorio libero”, diviso in una zona A sotto amministrazione anglo-americana e in una zona B sotto l’amministrazione jugoslava20 Marzo 1948. Stati Uniti, Regno Unito e Francia propongono il ritorno di tutto il territorio di Trieste all’ Italia. URSS e Jugoslavia si oppongono5/6 novembre’ 53. A Trieste dure manifestazioni popolari contro gli occupanti: muoiono 6 italiani26 ottobre 1954. Le truppe italiane entrano a Trieste dopo 9 anni di amministrazione anglo-americana. La restituzione sarà resa definitiva con l’ accordo di Osimo nel ‘ 75   Il 1° maggio 1945, rompendo un accordo stipulato con il generale Alexander, le truppe jugoslave entravano a Trieste, precedendo quelle angloamericane. Iniziava così, con quaranta giorni drammatici (tanto durò l’ occupazione), quella questione di Trieste che sarebbe terminata solo un decennio dopo, con la restituzione della città all’ Italia. Nel maggio 1945 la popolazione del capoluogo giuliano si era trovata, appena liberata dai tedeschi, sotto il tallone di un nuovo e diverso «nemico». Tra gli scopi di guerra dell’ esercito di Tito c’ era infatti anche quello di annettersi un’ampia porzione di territorio italiano che comprendeva appunto Trieste. A tal fine gli occupanti jugoslavi attuarono una politica di feroce repressione non soltanto contro gli esponenti fascisti del luogo, ciò che poteva essere considerato come una reazione, eccessiva ma in qualche modo comprensibile, alla politica antislava di Mussolini. Le loro violenze si indirizzarono anche contro gli esponenti dell’  antifascismo italiano che – in quanto membri di una nuova classe dirigente non compromessa con il regime – rappresentavano una minaccia per le mire annessioniste di Tito e impedivano di bollare tutti gli italiani come «fascisti». Mentre dilagavano le violenze degli jugoslavi, che in tutta la regione fecero alcune migliaia di vittime spesso gettate ancora vive nelle foibe del Carso, il Cln di Trieste si trovò costretto a entrare di nuovo nella clandestinità. Del Cln triestino non facevano parte i comunisti, che ne erano usciti nel ’44 e avevano anche fatto entrare le loro formazioni partigiane nel IX Corpo jugoslavo, che mostravano di considerare come un esercito di liberatori (ma gli jugoslavi esclusero di proposito le unità «garibaldine» inquadrate nel IX Corpo dall’ occupazione della città). In quel lembo orientale della penisola esplodeva così la contraddizione, altrove meno evidente o tenuta celata dai vertici del partito, insita nella partecipazione dei comunisti a una Resistenza che era considerata insieme guerra patriottica di liberazione e guerra «di classe». Lì infatti a rendere evidente la contraddizione era il fatto stesso che l’ alleato di classe – i comunisti jugoslavi – avesse obiettivi chiaramente antitaliani. Passata la città sotto occupazione angloamericana nel giugno 1945, la questione di Trieste assumeva un nuovo carattere con il trattato di pace che, nel 1947, da un lato sanciva l’ annessione alla Jugoslavia di una parte del territorio italiano (l’ Istria e gran parte della Venezia Giulia), dall’ altro costituiva il «Territorio libero di Trieste» diviso in una zona A (comprendente la città) sotto amministrazione alleata e in una zona B sotto amministrazione jugoslava. Proprio lì, sul fronte orientale, l’ Italia aveva subito l’ unica vera amputazione dell’ integrità nazionale, tanto più drammatica per gli echi e i significati simbolici che risalivano ai tempi del Risorgimento e della guerra del ‘ 15-18. Ora quella mutilazione evidenziava che la condizione di «cobelligeranza» ottenuta da Badoglio e la stessa Resistenza, pur politicamente rilevanti, non avevano potuto cancellare il fatto che l’ Italia era un Paese sconfitto. Negli anni successivi la questione di Trieste fu agitata per lo più dall’ estrema destra, spesso utilizzando un vecchio bagaglio ideologico di matrice nazional-fascista. Ma trovò infine soluzione grazie alla paziente azione politica sviluppata dai governi presieduti da De Gasperi, che dovettero superare ostacoli di non poco conto. Nel marzo 1948 il presidente del Consiglio italiano otteneva da francesi, inglesi e americani una dichiarazione in favore dell’ italianità di tutto il «Territorio libero di Trieste»: ma un riconoscimento del genere, che pure suscitò grandi aspettative nel Paese, doveva diventare rapidamente inutilizzabile perché la Jugoslavia, rompendo nel giugno di quell’ anno con l’ Urss, si assicurava per ciò stesso un atteggiamento di benevola comprensione da parte degli alleati. Nei confronti di Tito, poi, l’ Italia si trovava in una posizione di inferiorità, dovuta al fatto che, mentre la zona B era amministrata direttamente dalla Jugoslavia, che anzi di fatto l’ aveva annessa, la zona A (con Trieste) era soggetta all’ amministrazione di Stati alleati, sì, ma nella quale il nostro Paese non poteva avere un’ influenza effettiva. In certi momenti i rapporti tra Italia e Jugoslavia giunsero a livelli di particolare asprezza: così nel 1953, quando il nostro governo rispose con un rafforzamento del dispositivo militare di confine alla mobilitazione di 250 mila partigiani jugoslavi vicino a Gorizia. Alla fine si arrivò alla spartizione di fatto, che riconosceva il controllo della Jugoslavia sulla zona B e il passaggio della zona A dall’ amministrazione alleata a quella italiana. Da destra vi fu chi gridò al tradimento, ma si trattava dell’ unica soluzione possibile. ( Belardelli Giovanni).