Leggi Di Norimberga

11 02 2008

LEGGE PER LA PROTEZIONE DEL SANGUE E DELL’ONORE TEDESCO

15 Settembre 1935

Il Reichstag fermamente convinto che la purezza del sangue tedesco sia essenziale per il futuro del popolo tedesco e ispirato dalla inflessibile volontà di salvaguardare il futuro della nazione Germanica, ha unanimemente deciso l’emanazione della seguente legge:

Articolo I

1. I matrimoni tra ebrei e cittadini di sangue tedesco o affini sono proibiti. I matrimoni contratti in violazione della presente legge sono nulli anche se per eludere questa legge venissero contratti all’estero.

2. Le procedure legali per l’annullamento possono essere iniziate soltanto dalla Procura di Stato.

Articolo II

Le relazioni extraconiugali tra ebrei e cittadini di sangue tedesco o affini sono proibite.

Articolo III

Agli ebrei non è consentito impiegare come domestiche donne di sangue tedesco o affini di età inferiore ai 45 anni.

Articolo IV

1. Agli ebrei è vietato esporre la bandiera nazionale del Reich o i suoi colori.

2. Agli ebrei è consentita l’esposizione dei colori giudaici. L’esercizio di questo diritto è tutelato dallo Stato.

Articolo V

1. Chiunque violi il divieto previsto dall’Articolo I sarà condannato ai lavori forzati.

2. Chiunque violi il divieto previsto dall’Articolo II sarà condannato al carcere o ai lavori forzati.

3. Chiunque violi i divieti previsti dall’Articolo III e dall’Articolo IV sarà punito con un anno di carcere o con una ammenda, oppure con entrambe le sanzioni.

Articolo VI

Il Ministro degli Interni del Reich, in accordo con il Vice Führer e il Ministro della Giustizia del Reich, emaneranno i regolamenti e le procedure amministrative necessarie per l’applicazione della legge.

Articolo VII

La legge entrerà in vigore il giorno successivo alla sua promulgazione ad eccezione dell’Articolo III che avrà effetto entro e non oltre il 1° Gennaio 1936.

Il Fuehrer e Cancelliere del Reich: Adolph Hitler Il Ministro degli Interni del Reich: Wilhelm Frick Il Ministro della Giustizia del Reich: Dr. Gürtner Il Vice Fuehrer: Rudolf Hess

LE LEGGI DI NORIMBERGA

LEGGE SULLA CITTADINANZA TEDESCA

15 Settembre 1935

Il Parlamento del Reich ha approvato all’unanimità la seguente legge:

Articolo I

1. Cittadino dello Stato è quella persona che gode della protezione del Reich Tedesco e che in conseguenza di ciò ha specifici doveri verso di esso.

2. Lo status di cittadino del Reich viene acquisito secondo le norme stabilite dai Decreti del Reich e dalla Legge sulla Cittadinanza dello Stato.

Articolo II

1. Cittadino del Reich può essere solo colui che abbia sangue tedesco o affine e che dimostri, attraverso il suo comportamento, il desiderio di voler servire fedelmente il Reich e il popolo tedesco.

2. Il diritto alla Cittadinanza viene acquisito attraverso la concessione di uLE LEGGI DI NORIMBERGA

PRIMO DECRETO SUPPLEMENTARE ALLA LEGGE SULLA CITTADINANZA TEDESCA

14 Novembre 1935

In base all’Articolo III della Legge sulla Cittadinanza del Reich del 15 Settembre 1935, si decreta quanto segue:

Articolo I

1. Sino a quando non verranno emanate ulteriori norme riguardanti i certificati di cittadinanza, tutti i cittadini di sangue tedesco o affine che alla data di entrata in vigore della Legge sulla Cittadinanza siano in possesso del diritto di voto per eleggere i parlamentari al Reichstag, sono considerati, per il momento, cittadini del Reich. Lo stesso vale per coloro ai quali il Ministro degli Interni del Reich, di concerto con il Vice Führer, abbia già concesso la cittadinanza.2. Il Ministro degli Interni del Reich, di concerto con il Vice Führer, può revocare la cittadinanza concessa.

Articolo II

1. Le norme di cui all’Articolo I si applicano anche a coloro che sono di sangue misto giudeo.

2. Un individuo di sangue misto giudeo è colui che discende da uno o due nonni che siano razzialmente interamente ebrei, a meno che egli non sia un Ebreo ai sensi di quanto disposto dal Paragrafo 2 dell’Articolo V. Per nonni interamente Ebrei si intendono coloro che appartengono alla comunità religiosa ebraica.

Articolo IIISolo i cittadini del Reich che godono dei pieni diritti politici, possono esercitare il diritto di voto e avere il diritto a ricoprire cariche pubbliche. Durante il periodo di transizione, Il Ministro dell’Interno del Reich, o qualsiasi altro ufficio da lui autorizzato, potrà stabilire eccezioni ai fini dell’assunzione di incarichi pubblici. Tali misure non si applicano alle Organizzazioni Religiose.Articolo IV

1. Un ebreo non può essere cittadino del Reich. Egli non può esercitare il diritto di voto e non può ricoprire cariche pubbliche.

2. I dipendenti pubblici ebrei saranno pensionati dal 31 Dicembre 1935. Qualora tali dipendenti abbiano prestato servizio al fronte nell’esercito tedesco o negli eserciti alleati della Germania durante la Guerra Mondiale, essi riceveranno fino al raggiungimento dei limiti di età, l’intero ultimo salario percepito in base al quale la loro pensione sarebbe stata calcolata. Essi non avranno tuttavia diritto a promozioni derivanti dalla loro anzianità di servizio. Al raggiungimento dei limiti di età, riceveranno la pensione calcolata in base all’ultimo stipendio percepito.

3. Queste disposizioni non riguardano le organizzazioni religiose.4. Le norme concernenti il servizio degli insegnanti nelle scuole pubbliche Giudaiche rimarranno immutate fino all’emanazione di nuove leggi riguardanti il sistema scolastico Giudaico.

Articolo V

1. Si considera ebreo chiunque discenda da almeno tre nonni di razza ebrea.

2. Si considera ebreo anche chi discende da due nonni interamente ebrei, qualora:

a) sia membro della comunità ebraica al momento dell’entrata in vigore della presente legge o vi aderisca successivamente.

b) contragga matrimonio con persona ebrea al momento dell’emanazione della presente legge o successivamente,

c) nasca dal matrimonio con persona ebrea, considerata tale ai sensi di quanto stabilito al Paragrafo 1, che sia stato contratto dopo l’entrata in vigore della Legge per la Protezione del Sangue e dell’Onore Tedesco del 15 Settembre 1935.

d) sia il frutto di una relazione extra-coniugale con una persona ebrea, considerata tale ai sensi di quanto stabilito nel Paragrafo 1 e nasca dopo il 31 luglio 1936.

Articolo VI

1. Al fine di stabilire la purezza del sangue Tedesco, le leggi del Reichstag o i decreti emanati dal Partito Nazionalsocialista potranno contemplare ulteriori requisiti rispetto a quelli stabiliti dall’Articolo V, ma non potranno modificare questi ultimi.2. Ogni ulteriore requisito atto a determinare la purezza del sangue, che non sia contemplato dall’Articolo V, può essere stabilito soltanto previa autorizzazione del Ministro degli Interni del Reich e del Vice Führer.

Articolo VII

Il Führer e Cancelliere del Reich può concedere esenzioni dalle norme stabilite dalla presente legge.

Reichsgesetzblatt, 1, 1935, p. 1333.

n Certificato di Cittadinanaza del Reich.

3. Solo un cittadino del Reich gode di tutti i diritti politici stabiliti dalla Legge.

Articolo III

Il Ministro degli Interni del Reich, di concerto con il Vice Führer, emanerà le ordinanze e i provvedimenti amministrativi necessari ad integrare ed attuare questa legge. Norimberga, 15 Settembre 1935

La Legge entrerà in vigore il 30 Settembre 1935.

Il Führer cancelliere del Reich Adolf Hitler

Il Ministro degli Interni del ReichWilhelm Frick

Reichsgesetzblatt, 1, 1935, p. 1146

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Il Fascismo secondo Mussolini

11 02 2008

 

1. Antipacifismo; la guerra dà ai popoli un sigillo di nobiltà.

Nuovo stile di vita italiano: vita, dovere, elevazione conquista; motto = “me ne frego”

2. Antisocialismo; no al materialismo storico perchè santità ed eroismo sono negati dalla lotta di classe; il benessere non equivale alla felicità.

3. Contro le ideologie democratiche; non è il numero che deve dirigere la società; affermazione della disuguaglianza; contro il suffragio universale. Il fascismo è una democrazia oraganizzata, centralizzata, autoritaria.

4. Contro le dottrine liberali, a favore di attivismo= nazionalismo, futurismo.

5. Stato etico: lo stato è un assoluto, individui e gruppi sono il relativo; lo stato è manifestazione dello spirito del popolo, coscienza immanente della nazione.

6. Lo stato fascista è potenza e imperio, richiede disciplina, dovere, sacrificio, autorità, direttive, ordine; è una fede che richiede i suoi martiri.

 





I Longobardi

22 02 2007

Organizzazione sociale Longobardi

 

I longobardi erano un popolo nomade; erano bravi orafi e allevatori. Quando irruppero in italia  loro non sapevano costruire ne case ne palazzi perche’ avevano sempre vissuto in tende.

La societa’ era divisa in uomini liberi <arimanni> schiavi e semiliberi<aldii> ed in fine i comandanti delle esercito <duchi>. Non si accontentarono di un terzo delle terre ma vollero tutti i latifondi e per conquistarli sparsero un clima di terrore.

 

L’ assestamento dei Longobardi

 

Dopo un periodo di terrore la regina Teodolinda (cattolica) convinse il re Agilulfo a convertirsi al cattolicesimo ma successivamente quando Sali’ al potere Rotari (ariano ) si ebbero delle discordie tra le 2 religioni.

Nel 643 ci fu l’ EDITTO DI ROTARI  dove il re metteva per iscritto le leggi.

Si formarono 2 capitali  MONZA per i cattolici   e    PAVIA per gli ariani.

 

Liutpranto

 

Liutpranto fu il piu’ grande cattolico longobardo regno’ dal 712 al 744 e cerco’ di cacciare i Bizantini. Il pretesto per attaccarli lo ebbe quando l’ imperatore inizio’ una laotta chiamata iconoclastia. Invase percio’ il ducato romano  che apparteneva ai bizantini. Il papa Gregorio 2  preferiva i bizantini ai longobardi e cosi’ convinse liutpranto a ritirarsi e ottenne anche la donazione 

Del castello di Sutri nel 728.

Pero’ il papa senti il bisogno di cercare una alleanza militare che li proteggesse in caso di attacco militare e cosi’ si alleo’ ai franchi di Clodoveo.

 

Merovingi e Carolingi

Clodoveo era parente di Meroveo per questo la sua dinastia era dei merovingi.

In germania su usava dividere le terre del re tra i vari figli ma questi figli erano imbranati  e lasciarono andare a rotoli il regno tanto che presero il potere i capi militari.

Un celebre maestro di palazzo fu carlo martello che salvo la francia dall’ invasione araba nel 732 a poities. Fu tanto celebre che il figlio pipino riusci a diventare re dando vita alla dinastia carolingia.

 

Fine del regno Longobardo

 

I franchi ciamati dal papa contro i longobardi scesero in italia e riconquistarono i territori persi dai longobardi donandoli al papa (lazio e romagna) cosi’ il papa istauro’ il suo dominio anche su questi territori chiamandoli patrimonio di s. pietro o  stato della chiesa.

I franchi e i longobardi si riappacificarono e la figlia del re longobardo sposo’ il figlio di pipino.

La pace duro’ fino a quando i longobardi puntarono nuovamente su roma. La fine del regno longobardo era vicina.





Riforme dei sovrani europei (durante il dispotismo illuminato)

22 02 2007

Impero d’ Austria: Maria Teresa – Giuseppe 2° 

·                     imposta fondiaria ai nobili ·                     gestione delle tasse a un organismo centrale: corte dei conti·                     nascita del catasto·                     riduzione dei privilegi fiscali al clero·                     creazione di una scuola per la formazione alla burocrazia pubblica·                     scioglie la Compagnia di Gesù 

·                     impose l’ autorità dello stato sulla chiesa·                     trasformò vescovi e parroci in funzionari stipendiati·                     diminuì le festività religiose·                     tolleranza religiosa·                     emancipazione degli ebrei·                     nuovo codice penale·                     abolizione della servitù della gleba 

 

 

Prussia: Federico 2° 

·                     istruzione elementare obbligatoria·                     tolleranza religiosa·                     parziali provvedimenti per migliorare lo stato dei contadini 

 

 

Russia: Caterina 2° 

·                     maggiori garanzie per gli imputati·                     struttura diffusa di tribunali·                     molte idee (come la tolleranza religiose, diffusione dell’ istruzione, riforma della giustizia penale…)            che non vennero portate a termine a causa delle rivolte contadine 

 

 

Spagna: Carlo 3° 

·                     liberalizzazione del commercio del grano·                     espulsione dei gesuiti·                     riforma fiscale e istituzione del catasto, fallite 

 

 

Portogallo: marchese di Pombal 

·                     riforma dell’ istruzione universitaria·                     assoggettamento del trubunale dell’ inquisizione al controllo del potere civile·                     opera di ricostruzione di Lisbona dopo il terremoto del 1755 

 

 

Toscana: Pietro Leopoldo 

·                     libero dibattito di idee·                     libera’ circolazione della stampa·                     liberta’ del commercio intarno di grano senza imposizione fiscale·                     scioglimento delle corporazioni·                     unificazione delle imposte e dazi interni·                     abolizione di fidecommessi e manomorte·                     codice penale (lopoldino) 

 

 

 

Genova e Venezia: 

Riforme scarse a causa di oligarchie aristocratiche.·                     Venezia, difesa della libertà di pensiero 

 

 

Parma e Modena: Filippo di Borbone – Este 

·                     lotta anticuriale·                     tassazione delle terre ecclesiastiche·                     chiusura del trubinale dell’ inquisizione·                     espulsione dei gesuiti·                     abolizione della tortura (solo gli Este)





Articolo del “Corriere della Sera” sulle Foibe

22 02 2007

Corriere della Sera, martedì, 1 febbraio, 2005

 

Politica e memoria LE FOIBE SILENZIO E CHIASSO di Claudio Magris

 

  La verità, diceva Gramsci, è sempre rivoluzionaria; tenerla nascosta non è solo un inganno e una truffa, ma un inquinamento che avvelena e tarpa la vita di tutti, anche di chi la reprime e prima o dopo ne paga il fio.           La verità può essere soffocata in tanti modi: tacendola, alterandola, isolandola dalla vita e dalla storia in cui s’ inserisce; la verità sul nazismo, ad esempio, comprende anzitutto le sue atrocità, che niente può sminuire, ma anche ciò che ha aiutato il nazismo a prosperare, come l’iniqua umiliazione imposta alla Germania dalla pace di Versailles. Un altro modo di stravolgere la verità, di profanarla, è strumentalizzarla, usarla per fini che non hanno niente a che vedere con essa. È dunque quanto meno curioso che un ministro della Repubblica – cui Enzo Biagi tempo fa consigliava sul Corriere di far ginnastica, in omaggio al detto mens sana in corpore sano – dia dell’infoibatore, come riferisce Il Piccolo del 30 gennaio, a chi critica la strumentalizzazione politica dei crimini compiuti più di mezzo secolo fa dai partigiani titoisti assassinando (gettandoli nelle foibe del Carso) tanti avversari politici o presunti tali, non solo italiani ma soprattutto italiani, in nome dell’odio ideologico e soprattutto nazionalista. Ho scritto più volte dei crimini delle foibe (e dell’ esodo istriano, fiumano e dalmata, che ha coinvolto pure persone della mia famiglia); ne ho scritto già in anni lontani, quando tanti che ora se ne sciacquano la bocca se ne infischiavano altamente. Ne ho scritto sul Corriere della Sera, giornale di una certa diffusione, e ne hanno scritto, con ben maggiore autorità, storici e studiosi, le cui opere rigorose e precise erano e sono accessibili a chiunque desideri conoscere questa verità. In quegli articoli denunciavo, come altri ben più autorevoli di me, l’oblio di quella tragedia e di quei crimini, l’indifferenza, il cinismo e l’ignoranza nei loro confronti. Sottolineavo la viltà e il calcolo opportunista di tanta sinistra italiana, che in nome di un machiavellismo da quattro soldi, destinato a ritorcersi contro se stesso, cercava di ignorare, dimenticare e far dimenticare il dramma dell’esodo istriano, fiumano e dalmata e gli eccidi delle foibe, affinché non si parlasse di crimini commessi dal comunismo o in nome del comunismo (in quel caso, di un nazionalcomunismo). Sottolineavo altresì la pavida pigrizia diffusa a questo proposito nella classe intellettuale, ignara di quei capitoli di storia e soddisfatta della propria ignoranza. Mettevo in evidenza – come hanno fatto molti altri molto meglio di me e altrettanto ignorati – la cecità e il regressivo abuso dell’estrema destra, che coltivava il ricordo di quelle tragedie e di quei crimini non tanto per ricordare le vittime e condannare i precisi colpevoli e complici, bensì per rinfocolare inumani e generici rancori razzisti antislavi, quegli ottusi odi antislavi che sono stati in parte all’origine di quella tragedia patita dall’Italia ai suoi confini orientali, che sono in parte responsabili della perdita di quelle nostre terre, che non avremmo mai perduto se il fascismo non avesse fatto la sua guerra. Il bestiale odio anti-italiano che si è espresso nelle  foibe non è certo giustificato dal bestiale odio antislavo che si era scatenato a lungo su persone colpevoli solo di essere slave, così come la stragrande maggioranza delle vittime delle foibe era solo colpevole di essere italiana. Perché, sino a pochi anni fa, il dibattito politico e il battage mediatico ignoravano il dramma dei nostri confini orientali, perché, tranne che in pochi ambienti circoscritti, non si parlava delle foibe ? Se i comunisti non ne parlavano per le ragioni che si è detto e se i fascisti ne parlavano solo nel loro ghetto, perché la stragrande maggioranza moderata, che oggi se ne riempie la bocca, taceva? I grandi giornali di informazione non erano alle dipendenze di Mosca, il potere economico e politico non era nelle mani di Tito o di Stalin; non tutti gli attuali esponenti di centrodestra sono ex estremisti di sinistra convertiti o rinnegati, ma la maggior parte di loro militava già allora in formazioni politiche moderate; erano già in età più che scolare, sapevano leggere e scrivere e avrebbero potuto, dovuto, conoscere quella pagina atroce e parlarne. Anche di Goli Otok, dei gulag titoisti, ho scritto sul Corriere ormai molto tempo fa, ma né allora né quando uscì il ben altrimenti importante e fondamentale libro di Giacomo Scotti, ciò divenne di interesse nazionale. I grandi italiani, quelli democratici, campioni di libertà e di resistenza, ne hanno sempre parlato, come ad esempio Leo Valiani, che, condannato dal tribunale speciale fascista anche per aver dichiarato di voler continuare a battersi per i conculcati diritti degli slavi, aveva votato più tardi contro il Trattato di pace, per protesta contro   l’ingiustizia subita dall’Italia ai confini orientali, ingiustizia che il trattato sanciva. Ma nessuno li ascoltava, perché quell’Italia libera e civile, patriottica ossia non nazionalista, non interessava a nessuno, era solo una nostra esigenza, diceva Biagio Marin. Fino a pochi anni fa parlare delle  foibe non «serviva» alla lotta politica e dunque non se ne parlava. Oggi quei morti servono e dunque se ne parla, ma per usarli quali strumenti di una lotta politica che non ha nulla a che vedere con la storia di quelle tragedie, di quei crimini, di quegli anni.   Comunque sia, ben venga ogni occasione di ricordare le vittime; è bene che si parli di quella pagina terribile, che si conosca e si sappia la storia delle foibe. Ma che oggi la destra al potere – erede di quella colpevole della nostra catastrofe nella Seconda guerra mondiale e della mutilazione dell’Istria – usi le  foibe per difendere il proprio potere è una bestemmia. Usare oggi le foibe contro la sinistra italiana di oggi è indegno, come sarebbe indegno usare le leggi razziali fasciste contro Berlusconi o contro Fini, che avranno molte colpe ma non certo quelle delle leggi antisemite del ’38. Usare i morti come un manganello è sacrilego e blasfemo nei loro confronti; i morti vanno tenuti sempre presenti nel nostro ricordo, accanto a noi, non dissepolti per manipolarli. Chi ha da sempre succhiato col latte la verità di quella storia e ha sofferto di vederla ignorata, rimossa o coltivata faziosamente e dunque falsificata, non può non provare un invincibile moto peristaltico dinanzi a questa becera empietà. È forte la pericolosa tentazione di pensare non tanto secondo categorie politiche, quanto secondo più profonde e immodificabili categorie umane; di pensare che, prima di dividersi in sinistra e in destra, l’umanità si divide, come scriveva Sciascia, in uomini e in quaquaraquà, e in varie sottocategorie intermedie tra queste. Quaquaraquà, come è noto, è un modo di essere, ma fa pensare pure a uno starnazzare come quello che sentiamo ogni giorno sempre di più.





Storia delle Foibe 2 (seguito)

22 02 2007

Foibe e torture. I quaranta giorni dell’orrore rosso

 

    “Trst je na!” , “Trieste è nostra!”, gridavano i partigiani di Tito sfilando per le vie della città semideserta. Era il 1° maggio del 1945, nella Venezia Giulia il peggio stava ancora per cominciare. La «corsa per Trieste» fra Alleati e titini provenienti dall’ Istria era iniziata settimane prima, quando gli Alleati si erano resi conto, con un ritardo alquanto sospetto, che il controllo del porto triestino sarebbe stato indispensabile per consentire il rifornimento delle truppe impegnate in Austria a contenere l’ Armata Rossa. Ma Tito li aveva preceduti. Fedele all’ insegnamento di Stalin («il possesso rappresenta i nove decimi del diritto»), il Maresciallo jugoslavo aveva rinunciato a liberare Lubiana e Zagabria pur di giungere per primo nella città italiana. E non solo: per rendere completamente jugoslava l’ occupazione di Trieste, aveva anche fatto trasferire in Slovenia le brigate partigiane italiane «Natisone», «Fontanot» e «Trieste», impegnate nel territorio italiano. Quando giunsero anche le truppe alleate, furono bloccate a Monfalcone e soltanto al comandante, generale Freyberg, fu consentito l’ ingresso in città come «ospite» privo di autorità. Dopo di allora, per 40 lunghissimi giorni, Trieste fu una città jugoslava ed i triestini ne soffrirono le conseguenze. Benché il conflitto fosse terminato, vennero proclamati stato di guerra, legge marziale e coprifuoco dalle 15 del pomeriggio alle 10 del mattino. Per «alleggerire» l’ italianità della regione, furono poi richiamate alle armi molte classi, per trasferire le reclute in Croazia o Slovenia. La libertà di stampa durò 24 ore, poi tutti i giornali furono soppressi, tranne il quotidiano comunista Il Nostro Avvenire. Nel frattempo, si era anche scatenata la polizia segreta Ozna la quale, appoggiata dalla «Guardia del Popolo», operò centinaia di arresti ingiustificati che si conclusero generalmente con un colpo alla nuca o con collettivi infoibamenti. Tutti i membri del Cln (dal quale erano usciti i rappresentanti del Pci) finirono in carcere o costretti a tornare nella clandestinità e così molti partigiani italiani che non avevano accettato il nuovo corso. I 200 finanzieri che avevano garantito fino a quel momento l’ordine pubblico una notte scomparvero misteriosamente, ma si può immaginare la loro fine visto che, il giorno seguente, molti partigiani titini indossavano l’ uniforme della Guardia di Finanza. Villa Segrè, sede della volante rossa della «Guardia del Popolo», diventò una «villa triste» di colore rosso anziché nero. Nell’ interno si verificarono cose atroci: torture, uccisioni e gratuiti episodi di sadismo. Finalmente, dopo la creazione del «Territorio libero di Trieste» diviso in «Zona A» e «Zona B», il 12 giugno 1945, i titini furono costretti dagli Alleati a fare fagotto. Si portarono via tutto il trasportabile: dal patrimonio della Banca d’ Italia (160 milioni di lire) fino alla cancelleria degli uffici. Per Trieste fu comunque un giorno di festa; cominciava invece la lunga agonia della «Zona B» dalla quale giungeranno di tanto in tanto a Trieste messaggi disperati come questo scritto su volantini tricolore: «Triestini, ricordate i vostri quaranta giorni sotto i titini? Noi li stiamo ancora vivendo. Aiutateci!». Ma non furono aiutati. La «Zona B», che secondo il Trattato di Pace avrebbe dovuto essere equamente divisa con accordi diretti fra Roma e Belgrado, fu inglobata nel territorio jugoslavo; l’appropriazione indebita troverà infine una copertura giuridica con l’ accordo italo-jugoslavo firmato a Osimo nel 1975. (Arrigo Petacco)  

«Vola colomba» e in tutta Italia furono lacrime 

Febbraio 1952. Trieste si commuove e canta la canzone a lei dedicata da Nilla Pizzi, «Vola colomba», che vince il Festival di Sanremo. Una musica dolce, triste e orecchiabile e un testo (Cherubini-Concina) che alludono chiaramente alla condizione della città giuliana ancora sotto occupazione alleata, minacciata delle brame espansionistiche di Tito. L’ allegoria è chiara: «Dio del Ciel se fossi una colomba / Vorrei volar laggiù dov’ è il mio amor / Che inginocchiato a San Giusto / Prega con l’ animo mesto: / Fa che il mio amore torni. Ma torni presto. / Vola, colomba bianca, vola / Diglielo tu, Che tornerò / Dille che non sarà più sola, / E che mai più la lascerò». L’ amore che deve tornare è l’ Italia. E le allusioni a Trieste (mai nominata espressamente) continuano nelle strofe successive con «E il campanon din don ci faceva coro» (el «campanon» per i triestini è la campana maggiore della cattedrale romanica di San Giusto che, fatto raro, emette un sol perfetto) e addirittura una battuta in dialetto triestino («anche il mio vecio te sogna»). «Vola colomba» fu dunque la bandiera del ritorno di Trieste all’ Italia. (Mario Luzzatto Fegiz).





Storia delle Foibe 1

22 02 2007

TRIESTE 1954-2004 Nove anni di trattative ma la spartizione finale sembrò un tradimento 

Nel maggio 1945 la città era passata dal dominio dei nazisti a quello dei titini. Dopo la creazione del Territorio Libero, De Gasperi si sforzò di difendere l’italianità delle zone A e B. Ma l’annessione di quest’ultima da parte di Belgrado era nei fatti. LE TAPPE 

1 marzo 1945. Alle 9.30 le truppe jugoslave entrano a Trieste precedendo quelle angloamericane. Iniziano quarantadue giorni di occupazione titina12 giugno 1945. Le truppe jugoslave lasciano Trieste e la città passa sotto il governo degli anglo-americani 10 Febbraio 1947. Il trattato di Parigi dichiara Trieste “Territorio libero”, diviso in una zona A sotto amministrazione anglo-americana e in una zona B sotto l’amministrazione jugoslava20 Marzo 1948. Stati Uniti, Regno Unito e Francia propongono il ritorno di tutto il territorio di Trieste all’ Italia. URSS e Jugoslavia si oppongono5/6 novembre’ 53. A Trieste dure manifestazioni popolari contro gli occupanti: muoiono 6 italiani26 ottobre 1954. Le truppe italiane entrano a Trieste dopo 9 anni di amministrazione anglo-americana. La restituzione sarà resa definitiva con l’ accordo di Osimo nel ‘ 75   Il 1° maggio 1945, rompendo un accordo stipulato con il generale Alexander, le truppe jugoslave entravano a Trieste, precedendo quelle angloamericane. Iniziava così, con quaranta giorni drammatici (tanto durò l’ occupazione), quella questione di Trieste che sarebbe terminata solo un decennio dopo, con la restituzione della città all’ Italia. Nel maggio 1945 la popolazione del capoluogo giuliano si era trovata, appena liberata dai tedeschi, sotto il tallone di un nuovo e diverso «nemico». Tra gli scopi di guerra dell’ esercito di Tito c’ era infatti anche quello di annettersi un’ampia porzione di territorio italiano che comprendeva appunto Trieste. A tal fine gli occupanti jugoslavi attuarono una politica di feroce repressione non soltanto contro gli esponenti fascisti del luogo, ciò che poteva essere considerato come una reazione, eccessiva ma in qualche modo comprensibile, alla politica antislava di Mussolini. Le loro violenze si indirizzarono anche contro gli esponenti dell’  antifascismo italiano che – in quanto membri di una nuova classe dirigente non compromessa con il regime – rappresentavano una minaccia per le mire annessioniste di Tito e impedivano di bollare tutti gli italiani come «fascisti». Mentre dilagavano le violenze degli jugoslavi, che in tutta la regione fecero alcune migliaia di vittime spesso gettate ancora vive nelle foibe del Carso, il Cln di Trieste si trovò costretto a entrare di nuovo nella clandestinità. Del Cln triestino non facevano parte i comunisti, che ne erano usciti nel ’44 e avevano anche fatto entrare le loro formazioni partigiane nel IX Corpo jugoslavo, che mostravano di considerare come un esercito di liberatori (ma gli jugoslavi esclusero di proposito le unità «garibaldine» inquadrate nel IX Corpo dall’ occupazione della città). In quel lembo orientale della penisola esplodeva così la contraddizione, altrove meno evidente o tenuta celata dai vertici del partito, insita nella partecipazione dei comunisti a una Resistenza che era considerata insieme guerra patriottica di liberazione e guerra «di classe». Lì infatti a rendere evidente la contraddizione era il fatto stesso che l’ alleato di classe – i comunisti jugoslavi – avesse obiettivi chiaramente antitaliani. Passata la città sotto occupazione angloamericana nel giugno 1945, la questione di Trieste assumeva un nuovo carattere con il trattato di pace che, nel 1947, da un lato sanciva l’ annessione alla Jugoslavia di una parte del territorio italiano (l’ Istria e gran parte della Venezia Giulia), dall’ altro costituiva il «Territorio libero di Trieste» diviso in una zona A (comprendente la città) sotto amministrazione alleata e in una zona B sotto amministrazione jugoslava. Proprio lì, sul fronte orientale, l’ Italia aveva subito l’ unica vera amputazione dell’ integrità nazionale, tanto più drammatica per gli echi e i significati simbolici che risalivano ai tempi del Risorgimento e della guerra del ‘ 15-18. Ora quella mutilazione evidenziava che la condizione di «cobelligeranza» ottenuta da Badoglio e la stessa Resistenza, pur politicamente rilevanti, non avevano potuto cancellare il fatto che l’ Italia era un Paese sconfitto. Negli anni successivi la questione di Trieste fu agitata per lo più dall’ estrema destra, spesso utilizzando un vecchio bagaglio ideologico di matrice nazional-fascista. Ma trovò infine soluzione grazie alla paziente azione politica sviluppata dai governi presieduti da De Gasperi, che dovettero superare ostacoli di non poco conto. Nel marzo 1948 il presidente del Consiglio italiano otteneva da francesi, inglesi e americani una dichiarazione in favore dell’ italianità di tutto il «Territorio libero di Trieste»: ma un riconoscimento del genere, che pure suscitò grandi aspettative nel Paese, doveva diventare rapidamente inutilizzabile perché la Jugoslavia, rompendo nel giugno di quell’ anno con l’ Urss, si assicurava per ciò stesso un atteggiamento di benevola comprensione da parte degli alleati. Nei confronti di Tito, poi, l’ Italia si trovava in una posizione di inferiorità, dovuta al fatto che, mentre la zona B era amministrata direttamente dalla Jugoslavia, che anzi di fatto l’ aveva annessa, la zona A (con Trieste) era soggetta all’ amministrazione di Stati alleati, sì, ma nella quale il nostro Paese non poteva avere un’ influenza effettiva. In certi momenti i rapporti tra Italia e Jugoslavia giunsero a livelli di particolare asprezza: così nel 1953, quando il nostro governo rispose con un rafforzamento del dispositivo militare di confine alla mobilitazione di 250 mila partigiani jugoslavi vicino a Gorizia. Alla fine si arrivò alla spartizione di fatto, che riconosceva il controllo della Jugoslavia sulla zona B e il passaggio della zona A dall’ amministrazione alleata a quella italiana. Da destra vi fu chi gridò al tradimento, ma si trattava dell’ unica soluzione possibile. ( Belardelli Giovanni).