Versione de “I SANNITI CHIEDONO PER SE’ ALESSANDRO COME SOCCORRITORE DI GUERRA”

12 09 2006

I SANNITI CHIEDONO PER SE’ ALESSANDRO COME SOCCORRITORE DI GUERRAÈ stato tramandato che i Sanniti, conducendo già da tempo in Italia una guerra contro i Romani e non potendo in nessun modo dare la fine di tale guerra, mandarono in Asia da Alessandro degli ambasciatori, che richiedessero da lui che, trasferite le truppe in Italia, portasse con loro guerra ai Romani. E se Alessandro avesse fatto ciò, i Romani sarebbero giunti al massimo della gloria ed alla sommità del potere probabilmente non tanto facilmente. Questo testimoniano quelle famose vittorie, che Alessandro riportò dall’innumerevole esercito dei Persiani, le cui lodi troviamo in tutti gli storici. Ma la sorte o piuttosto il caso fecero in modo che il re, che spesso era sfuggito alla morte in battaglia, fosse ucciso da una malattia nel fiore stesso degli anni. Narrano che in quel giorno stesso, in cui Alessandro andò incontro alla morte, fossero presenti a Babilonia anche gli ambasciatori dei Sanniti, mandati là da Caio Ponzio, che allora i Sanniti avevano come comandante. Udita la morte del re, gli ambasciatori, dopo aver compianto malvolentieri l’indegna morte di Alessandro, ritornarono mesti in Italia ed annunciarono ai Sanniti di scegliersi altri alleati per la guerra e di onorare quell’Alessandro, il cui aiuto avevano sperato, quasi come un dio.





Versione de “CON QUALE ARTIFICIO DI GUERRA METELLO HA ESPUGNATO LA CITTA’”

12 09 2006

CON QUALE ARTIFICIO DI GUERRA METELLO HA ESPUGNATO LA CITTA’Q. Metello, conducendo la guerra in Spagna contro i Celtiberi al posto del console e non potendo espugnare la capitale Contrebia per le forze (armate) della sua gente, esaminate a lungo e molto le intenzioni dentro al suo animo, trovò la via per la quale condurre al fine l’intenzione. Con grande impeto incominciava le marce, poi si dirigeva verso altre ed altre direzioni, ora occupava questi monti, poco dopo andava verso quelli, mentre frattanto tanto a tutti i suoi quanto ai nemici stessi era ignota la causa di un inatteso ed improvviso fluttuare di questo genere. Interrogato pure da uno a lui molto amico su cosa inseguisse con un così sparso ed incerto genere di campagna di guerra: “Smetti – disse – di chiedere codesta cosa; infatti se avrò sentito la parte interna della tunica consapevole di questo mio piano, ordinerò subito che sia bruciata.”. Dopo che ebbe veramente confuso sia il proprio esercito con l’ignoranza sia tutta
la Celtiberia con l’errare, avendo diretto il cammino altrove, all’improvviso ripiegò verso Contrebia, e la sorprese che non se l’aspettava ed attonita.





Versione de “BISOGNA FILOSOFARE”

12 09 2006

BISOGNA FILOSOFARELa filosofia non è un’arte popolare, né disposta all’apparenza: infatti non nelle parole, ma nei fatti consiste. Non ci si applica a ciò,perché si consumi la giornata con un altro spasso, o si sottragga il tedio  con l’ozio: forma e prepara l’animo, regola la vita, dirige le azioni, indica quali bisogna fare e quali tralasciare, siede al timone e dirige la rotta attraverso i pericoli ed i flutti. Senza di lei nessuno può vivere arditamente, nessuno con sicurezza: accadono ogni ora cose innumerevoli, che esigono un consiglio, che bisogna chiedere a lei. Dice qualcuno: “A cosa mi può giovare la filosofia, se tutte la cose accadono per destino? A cosa giova, se dio è il direttore? A cosa giova, se comanda il caso? Infatti non possono essere cambiate cose decise, e nessuno può essere preparato verso  le cose incerte, ma o s’è impadronito del mio progetto ed ha deciso cosa facessi, o la sorte non permette nulla al mio progetto.”. Qualunque cosa è fra queste, o tutte se sono queste, devono essere filosofate; la filosofia deve difenderci. Questa ci esorterà ad obbedire volentieri a dio, alla sorte poi fieramente: questa ti insegnerà a seguire dio, a sopportare la sorte.





Versione de “UN ESEMPIO TURPISSIMO DI ADULAZIONE”

12 09 2006

UN ESEMPIO TURPISSIMO DI ADULAZIONEAd un certo banchetto Prassede, uno fra i più stimati, ammoniva Cambise, re dei Persiani, troppo dedito al vino, di bere più moderatamente, dicendo che era turpe l’ubriachezza in un re. Ma a lui quello: “Ti mostrerò subito che ho sempre le mani pronte al loro dovere, anche dopo il vino:”. Beve poi più abbondantemente del solito e con bicchieri più capienti, poi pieno e ubriaco, ordina che il figlio del suo riprensore avanzi oltre la soglia della sala da pranzo e che là, sollevata la mano sinistra sopra il capo, stia. Allora, dopo che l’adolescente ebbe ubbidito, tese l’arco e trafisse con una freccia il cuore stesso (aveva detto che ciò gli era chiesto). Allora squarciato in due parti il petto, mostrò al padre la freccia conficcata in mezzo al cuore e il cuore ancora palpitante sotto la ferita, e lo interrogò se il vino avesse forse reso la sua mano meno certa. E quello, avendo l’animo non di padre ma di turpissimo adulatore e vilissimo schiavo, non tentò di punire il carnefice della propria stirpe, anzi negò che Apollo, che ha frecce precisissime, potesse mettere a segno il dardo con mano più ferma.





Versione de “ANNIBALE ALLE PORTE”

12 09 2006

ANNIBALE ALLE PORTEAvvicinandosi Annibale alla città, Fulvio Flacco, entrato a Roma con l’esercito romano dalla porta Capena, marciò celermente in mezzo alla città attraverso le Carene, uscito di lì tra la porta Esquilina e Collina, lì pose l’accampamento. Gli edili della plebe trasportarono verso quel luogo i viveri; vennero nell’accampamento i consoli e il Senato per controllare la salute dello stato. Fu deciso che i consoli difendessero l’accampamento attorno alle porte Esquilina e Collina, C. Calcurinio Pisone, pretore urbano, comandasse il campidoglio e l’arco e il Senato si riunisse numeroso nel foro perché, se ci fosse stato bisogno di qualcosa in tanti imprevisti, sarebbero stati pronti a deliberare. Frattanto Annibale mosse il passo tre miglia verso il fiume dalla città all’accampamento. Disposto lì l’accampamento, egli stesso con due soldati di cavalleria entrò in porta Collina fino al tempio di Ercole e, più vicino possibile, osservava cavalcando le mura e la disposizione della città. Ciò sembrò turpe a Fulvio Flacco; così mandò dei cavalieri contro di lui, ai quali ordinò di allontanare la cavalleria dei nemici e di ricacciarla nell’accampamento.





Versione de “RICERCATE LA VOSTRA ANTICA MADRE”

12 09 2006

RICERCATE LA VOSTRA ANTICA MADREEnea, dopo che da Troia era giunto all’isola di Deli come profugo, lì decise di consultare l’oracolo di Apollo, per sapere in quale parte della terra ricercare per sé una nuova patria. E dopo che era giunto a tale isola, vi trovò un uomo molto amico di suo padre, re e anche sacerdote di Apollo, che aveva il nome Anio. A questo, poiché erano stati accolti dignitosamente i troiani, fatto un solenne sacrificio davanti all’altare di Apollo, chiesero in quale regione potessero finalmente fermarsi e fondare una nuova città. Allora tutto il monte, alle cui pendici era il tempio, cominciò a tremare e dalla caverna dell’oracolo si udì questa voce: “quella terra da dove sono nati i vostri avi vi accoglierà; ricercate la vostra antica madre. Lì sarà la casa di Enea, che dominerà tutto il mondo”. Ma udite tali parole, i troiani si consultarono tra loro su quale fosse l’antica madre della quale Apollo aveva parlato. Allora Anchise, verso Enea, disse: “la madre dei troiani è l’isola di Creta, da dove Teucio partì a fondare Troia”. E impariamo che tale opinione alla fine era stata ingannatrice: infatti Apollo alludeva all’Italia, non a Creta, dove era nato Dardano, da quale i troiani erano chiamati anche dardanidi. E così, non capito bene l’oracolo di Apollo, partiti da Delo navigarono verso Creta.





Versione de “NESSUNO PUO’ RESISTERE AD ANNIBALE IN BATTAGLIA”

12 09 2006

NESSUNO PUO’ RESISTERE AD ANNIBALE IN BATTAGLIAAnnibale, poiché aveva sconfitto i Romani presso Canne e si era avvicinato a Roma e nessun esercito dei nemici resisteva a lui in battaglia, si fermò sui monti vicini alla città. Poiché lì per alcuni giorni era sceso in campo e tornava a Capua, da dove era partito, si scontrò nel territorio di Falerno col dittatore Quinto Fabio Massimo. In questo posto, nonostante fosse stato chiuso in luoghi angusti di notte, senza nessuna perdita del suo esercito, sfuggì dall’agguato e ingannò Fabio, imperatore furbissimo. Infatti durante la notte legò e incendiò rami secchi alle corna dei giovenchi e fece avanzare l’armento furioso verso i nemici. Così fu suscitato grandissimo terrore nell’esercito romano e nessuno voleva uscire fuori dal vallo. Non molti giorni dopo indotto in combattimento Marco Minucio Rufo, capo della cavalleria, lo mise in fuga con tutte le truppe. Avendo tratto in un agguato e assalito con impeto improvviso un certo Tiberio Gracco per due volte console in Lucania annientò gran parte della cavalleria e della fanteria. Di tante gesta basterà dire una cosa sola: per tutto il tempo che Annibale è stato in Italia nessuno potè resistergli in battaglia.