Parafrasi de “la morte di Clorinda”, Gerusalemme liberata, Tasso

22 09 2006

 

Tancredi vuole sfidare Clorinda: un uomo che sia all’ altezza di confrontarsi con il suo valore. Ella continua a girare intorno alla cima (del colle di Gerusalemme) alla ricerca della porta per entrare (nella città). Egli la segue impetuoso, per cui, molto prima di averla raggiunta, succede che faccia suonare l’ armatura in malomodo, tanto da far si che ella si volti e gridi: “O tu cosa vuoi che corri così tanto?”. Egli risponde: “E guerra e morte”. “Guerra e morte avrai” rispose “io non rifiuto di dartele, se le cerchi”, e ferma aspetta. Tancredi, avendo visto che il suo nemico era a piedi, non volle usare il cavallo e così scese. E una volta impugnata entrambi la spada accuminata, accesero l’ ira ed aguzzarono l’ orgoglio; e si assalgono come due tori gelosi ed ardenti di ira. (…) Non vogliono schivare, non vogliono parare, non vogliono ritirarsi, nè qui è questione di abilità. Non danno colpi finti, pieni o scarsi: l’ oscurità e l’ impeto impediscono un corretto uso delle regole di scherma. Senti le spade urtarsi orribilmete a metà lama, e il piede non si sposta dalla sua orma; il piede è sempre fermo e la mano sempre in movimento, non cade un colpo invano nè affonda una punta a vuoto. La vergogna dei colpi ricevuti, porta alla ventetta e la vendetta a sua volta riaccende la vergogna (nell’ avversario); quindi colpiscono continuamente e frettolosamente. Di ora in ora la distanza (tra i due cavalieri) diminuisce e i loro corpi si mescolano, si una il corpo a corpo, e la spada non serve più: si colpiscono con i pomi e con le else, violenti e spietati, si scontrano con gli elmi e con gli scudi. Per tre volte il cavaliere stringe la donna con le sue robuste braccia, ed altrettante volte la donna si scioglie da quelle prese tenaci, presa di un fiero nemico e non di un amante. Tornano alla spada, e sia l’ uno che l’ altra le tingono con molto sangue; stanchi e ansimanti, entrambi si distaccano e dopo tanta fatica prendono fiato. Si gluardano a vicenda, e appoggiano il loro corpo sanguinante sull’ elsa della spada . Già il bagliore dell’ ultima stella sparisce e si vedono i primi raggi di soloòe. Tancredi vede che il suo nemico è molto insanguinato, e che lui non è tanto ferito. Ne gode e diventa superbo. Oh nostra folle mente che ogni soffio di fortuna fa insuperbire! Misero, di cosa godi? Oh quanto saranno dolorosi il trionfo e il vanto! I suoi occhi pagheranno (se resteranno in vita) ogni goccia di quel sangue con un mare di pianto. Così tacendo e guardandosi, questi due guerrieri sanguinanti smisero (di combattere) per un pò. Alla fine Tancredi ruppe il silenzio e disse, per far dire all’ altro il suo nome:”La nostra Disgrazia è che qui si impieghi tanto valore cioè, dove non esistono testimoni, quindi per un’ impresa che rimarrà sommersa nell’ oblio, ti prego (se ha senso pregare durante una battaglia) di rivelarmi il tuo nome e il tuo grada affinchè io sappia, vinto o vincitore, chi onorare in caso di morte o di vittoria”. Rispose lei ferocemente:”inutilmente chiedi ciò che non è mia abitudine rivelare. Ma chiunque io sia, tu hai davanti uno di quei due che hanno incendiato la grande torre”. Tancredi a quel tono bruciò di sdegno e disse: “ L’ hai detto nel momento sbagliato” quindi riprese “quello che hai detto e quello che non mi hai detto mi spronano in ugual misura alle vendetta, o barbaro scortese”. Tornò l’ ira nei cuori, e li trasporta, benchè indeboliti dalla guerra. Oh efferata lotta, dove le regole sono bandite e la forza è già morta, dove invece (della forza), combattono i furori di entrambi. Oh che profonde e sanguinanti ferite fanno l’ una e l’ altra spada; e se la vita non se ne va è perche’ la rabbia la tiene attaccata al petto. Come nell’ Egeo profondo benchè cessino l’ Aquilone o il Noto, che prima l’ hanno tutto sconvolto e scosso, non si calma, ma conserva il fragore e il moto delle onde ancora agitate e gonfie, così sebbene venga a loro meno, per il sangue versato, quel vigore che mosse le braccia, sembrano ancora piene di impeto, e vanno sospinti da quello ad aggiungere ferite a ferite.Ma ecco ormai che l’ hora segnata dal fato è arrivata, la vita di Clorinda deve giungere alla sua fine. Spinge egli (Tancredi) la spada di punta nel suo bel seno che si immerge nel sangue che avido beve; e l’ armatura ricamata d’ oro si riempie di sangue il quale teneva strette le mammelle in un caldo fiume. Ella già si sente morire, e il piede diventa ptivo di forze e vacillente. Prosegue Tancredi per la vittoria, e minaccioso, incalza e preme sulla trafitta vergine. Ella, mentre cadeva, disse con voce afflitta le sue ultime parole; parole a lei suggerite da una nuova ispirazione,ispirazione di fede, di carità, di speranza: virtù che ora Dio le infonde, e se in vita fu ribelle, la vuole, quando morta, come sua ancella. “ Amico, hai vinto: io ti perdono… perdonami anche tu; non il mio corpo (uccisione), che oramai non teme più nulla, ma la mia anima. Tu! Prega per lei, e dona a me il bettesimo così che ogni mia colpa venga lavata.” In queste parole languide, risuona un non so che di debole e dolce, che scende al cuore e ogni rabbia spegne, e invita e obbliga gli occhi a piangere. Poco lontano da lì in ua valle della montagna, sorgeva mormorando un piccolo ruscello. Elgi vi accorse e riempì l’ elmo di acqua,tornò serio al suo grande e pio dovere. Sentì tremere la mano, mentre liberava la fronte non ancora riconosciuta dall’ elmo. La vide, la riconobbe, e restò immobile senza parole. Ah cosa vide! Ah chi riconobbe! Non morì subito, ma raccolse tutte le sue forze e le mise in guardia il cuore, e cercando di non affannarsi, si voltò per dare la vita con l’ acqua a che venne ucciso con la spada. Mentre egli pronunciava le sacre formule, lei trasfigurò di gioia e sorrise; e mentre moriva lieta sembrava dire: “si apre il cielo; io vado in pace”. Il bianco volto aveva preso un bel pallore come bianchi gigli misti a viole, e glio occhi fissavano il cielo, e il cielo e il sole, sembravano rivolti per pietà verso di lei; e la mano nuda e fredda, alzandosi verso il cavaliere come se fossero parole gli dà segno di pace. In questo modo muore la bella donna, e sembra che dorma. Non appena egli vede uscir l’ anima gentile, lascia andare quelle energie che aveva raccolto; e il controllo di sè cede al dolore glà diventato incontenibile e irragionevole, che entra nel cuore e gli riempe di morte i sensi e il volto, essendo in lui la vita ridotta ad un ben piccolo spazio.





Parafrasi Proemio “La Gerusalemme liberata”

22 09 2006

Racconto la storia della prima crociata e del suo capitano (Goffredo di Buglione) che liberò il grande sepolcro di Cristo. Fece molte gesta, con l’ intelligenza e con la mano, molto soffrì nella conquista; invano il male gli si oppose, inutilmente il popolo misto di Asia e Libia (Africa) si armò. Il cielo di diede favore e sotto i segni  santi (la croce) ricondusse i suoi compagni erranti. O musa, tu che non circondi la fronte (dei poeti) sul monte Elicona con allori caduchi, ma su nel cielo in mezzo ai cori dei beati, hai una corona di stelle d’oro immortali. Tu ispiri nel mio cuore celesti sentimenti, tu rischiari il mio canto, e tu perdonami se intreccio invenzioni poetiche con la verità dei fatti e se adorno, in parte, la scrittura con altri diletti che con i tuoi. Tu musa sai che il mondo (uomini) corrono là dove la poesia piacevole versa voce in maggior quantità nelle dolcezze. E sai anche che la verità arricchita da versi piacevoli è riuscita a persuadere anche i più schivi, affascinandoli. Così come noi adulti porgiamo al fanciullo malato gli orli del bicchiere cosparsi di dolce liquido (miele) intanto egli beve succhi amari e dall’ inganno che subisce riceve la vita. Tu Alfonso dall’ animo grande, che togli dalla violenza me vagabondo che sono agitato tra le onde e gli scogli, accogli queste mie carte che porto a te consacrate. Forse un giorno accadrà che la mia penna profetica osi scrivere di te quello che adesso accenno soltanto. E’ davvero giusto che il popolo cristiano conceda a te il supremo comando in terra o in mare se avverrà mai che i cristiani facciano la pace al loro interno e cerchino di riprendersi il grande bottino, conquistato ingiustamente, dal  crudele musulmano. Imitatore di Goffredo intanto ascolta la mia poesia e preparati a combattere.