Parafrasi de “L’infinito” di Leopardi

12 10 2007

Questo colle solitario mi sempre stato caro e mi sempre

stata cara questa siepe che mi impedisce di vedere l’ orizzonte;

ma stando seduto a guardare io nel pensiero

mi immagino: spazi sterminati, silenzi sovraumani,

e una quiete profondissima; motivo per cui per poco il

cuore non si disorienta e non appena

sento il vento stormire tira le piante, io vado confrontando

quel silenzio infinito a questa voce (del vento) e mi

viene in mente l’eternit e le passate stagioni e la

presente stagione con i suoi rumori. Cos tra questa

immensit il mio pensiero si perde e il trovarmi momentaneamente

in mancanza di limiti mi dolce (Piacevole).

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Parafrasi de “Alla Sera” di Leopardi

12 10 2007

Io mi ricordo che, si conclude un anno, io venivo sopra questo

colle a guardarti. E tu allora pendevi (stavi appesa) a quel

bosco proprio come fai adesso che lo illumini tutto.

Ma il tuo volto appariva nebuloso e tremulo a causa del

pianto che mi sorgeva sugli occhi, il tuo volto appariva

così ai miei occhi, poiché la mia vita era piena di guai, e

ora non è cambiato niente o mia luna. Eppure mi

fa piacere ricordarlo e mi fa piacere ricordare il tempo

della mia sofferenza. Oh come capita gradevolmente il

ricordo del passato anche se queste cose sono tristi e anche

se il dolore del passato persiste tuttora, quando la speranza

ha un corso ancora lungo davanti a quando il ricordo ha

un breve corso dietro di sé (giovinezza).





Parafradi de “Canto notturno di un pastore errante dell’asia” di Leopardi

12 10 2007

O luna, cosa fai tu nel cielo? Dimmi silenziosa luna, cosa fai? Sorgi di sera e vai contemplando i deserti; infine poi scompari. Non sei ancora sazia di ripercorrere sempre gli stessi percorsi? Non ti sei ancora nauseata, sei ancora desiderosa si osservare queste valli? La vita del pastore somiglia alla tua vita. Si alza alle prime luci dell’alba , spinge il gregge attraverso i campi, e vede greggi, fonti d’acqua ed erbe; poi giunta la sera si riposa ormai stanco: altro non spera. Dimmi, o luna: che valore ha per il pastore la sua vita, la vostra vita per voi? Dimmi: dove porta questo mio vagare breve, il tuo viaggio eterno?
Un vecchietto con i capelli bianchi, malato, mezzo vestito e senza scarpe, con un grosso peso sulle sue spalle, corre via, corre, si affatica attraverso montagne e valli, su sassi pungenti, e sabbia alta, e sterpaglie, al vento e alla tempesta, e quando il tempo diventa caldo, e quando arriva il gelo, attraversa torrenti e stagni, cade, si rialza, e sempre più si affretta senza mai riposarsi o consolarsi, ferito, sanguinante; finché non arriva là dove la strada e tutta la sua fatica lo dovevano condurre: abisso orrido, immenso, precipitando nel quale egli tutto dimentica. O vergine luna, così è la vita degli uomini.
L’uomo nasce con fatica, e la nascita rappresenta un rischio di morte. Per prima cosa prova pena e tormento; e all’inizio stesso la madre e il padre si dedicano a consolarlo per essere nato. Quando inizia a crescere il padre e la madre lo sostengono, e via di seguito sempre con gesti e con parole si impegnano ad incoraggiarlo, e a consolarlo di essere uomo.: altro compito più gradito non si compie da parte dei genitori verso i figli. Ma perché far nascere, perché mantenere in vita chi poi deve essere consolato per il suo stato? Se la vita è una sventura perché da noi dura? O luna intatta, questa è la situazione umana. Ma tu non sei mortale, e forse di ciò che io sto dicendo ti importa poco.
Tuttavia tu, solitaria, eterna pellegrina, che sei così pensosa, tu forse riesci a comprendere che cosa sia questa vita terrena, le nostre sofferenze, il sospirare; che cosa sia questa morte, questo supremo impallidire del volto, e il venir meno ad ogni amata compagnia. E tu certamente comprenderai il perché delle cose, e vedrai il frutto del mattino, della sera, del silenzioso, tranquillo trascorrere del tempo.
Tu certamente sai, tu, a quale suo dolce amore sorrida la primavera, a chi faccia comodo il caldo, e che cosa ottenga l’inverno con i suoi ghiacci. Mille cose sai tu, mille ne scopri, che sono nascoste al semplice pastore. Spesso quando io ti osservo stare così muta stare su nella pianura deserta, che in lontananza confina con il cielo; oppure con il mio gregge ti vedo seguirmi e spostarti pian piano; e quando osservo in cielo brillare le stelle; dico dentro di me pensando perché tante scintille? Che cosa significa lo spazio infinito e quel profondo cielo infinito? Cosa vuol dire questa interminabile solitudine? E io cosa sono? Così penso tra me e me e non riesco a trovare nessuna utilità, nessuno scopo ne dello spazio infinito e superbo, ne delle famiglie numerose , poi di tanto darsi da fare, di tanti moti, di ogni astro e di ogni cosa terrena. MA tu certamente, o giovinetta immortale, conosci tutto ciò. Questo io conosco e sento, che delle eterne rotazioni, che della mia esistenza fragile, forse qualcun altro ricaverà qualche vantaggio o qualche bene; per me la mia vita è dolore.
Oh mio gregge che ti riposi, beato te, che credo non sei cosciente della tua miseria! Quanta invidia ho nei tuoi confronti! Non solo perché sei quasi priva di sofferenza; dato che ti dimentichi subito ogni stento, ogni danno ogni timore forte; ma più di tutto perché nn proverai mai noia. Quando tu stai all’ombra, sopra l’erba, tu sei calma e contenta; e in quello stato trascorri gran parte dell’anno senza provare noia. E anche io siedo sopra l’erba, all’ombra, e un fastidio mi occupa la mente, e un bisogno quasi mi stimola così che, sedendo, sono più che mai lontano da trovar pace e riposo. Eppure non desidero nulla, e fino ad ora non ho motivo per piangere. Di che cosa o quanto tu goda non lo so certamente dire; ma sei fortunato. E io, o mio gregge, godo ancora poco, né mi lamento solamente di questo. Se tu sapessi parlare , io ti chiederei: dimmi: perché giacendo comodamente senza fare nulla ogni animale si appaga; ma se io giaccio e mi riposo vengo assalito dalla noia?
Forse se io avessi le ali per volare sopra le nuvole, e contare le stelle ad una d una, o come il tuono potessi viaggiare di montagna in montagna, sarei più felice, mio dolce gregge, sarei più felice, o candida luna. O forse il mio pensiero si discosta dalla verità, riflettendo sulla condizione degli altri: forse in qualunque forma avvenga, in qualunque forma o condizione, dentro una tana o una culla, il giorno della nascita è funesto a tutti.





Sintesi di “Dialogo della Natura e di un Islandese” di Leopardi

5 10 2007
  1. L’ islandese decide di allontanarsi dagli uomini e dalla società a causa della loro aggressività e competitività
  2. Una volta trovato riparo dalla società gli si pone un nuovo problema che turba la sua esistenza: la natura inospitale della sua nazione.
  3. Si mette dunque in viaggio per il mondo ma in ogni luogo dove va trova condizioni climatiche sempre diverse ma pursempre nocive per la natura umana;
  4. Così il suo vagare diventa una impossibile fuga dalla natura; questa fuga, paradossalmente, lo porta al cospetto della sua acerrima nemica che cercava di evitare.
  5. Inizia così una discussione nella quale la natura spiega che le leggi della fisica (sulle quali si basa il “funzionamento” dell’ universo) non sono fatte per il bene dell’ uomo.
  6. Qui una domanda sorge spontanea: “Queste leggi per la felicità di chi sono state create?”.  A questa domanda l’ autore non dà risposta.