Ariosto, Parafrasi del 2° canto “La Pazzia di Orlando” Parte 3

14 09 2006

Questi, che manifestano il mio tormento, non sono sospiri, ne’ i sospiri sono così. I sospiri ogni tanto si interrompono ; io non sento mai il mio petto riduca il sospirare per la pena. L’ amore che mi arde il cuore, fa che questi sospire,mentre agita attorno al fuoco le ali. Amore, con che miracolo lo fai, che lo tienti (il cuore) nel fuoco e non lo consumi mai? Non sono, non sono io quello  che sembro in volto: quello che era Orlando e’ morto e sotterrato; la sua ingrata donna l’ ha ucciso: si, mancandogli di fedeltà gli ha fatto la guerra. Io sono il suo spirito da lui diviso, che in questo inferno sbaglia tormentandosi, in modo che, insieme al mio fantasma, che e’ tutto quello che resta di me, ammonisca con l’ esempio colui che affida la sua seranza ad Amore.”.  Tutta la notte il conte sbagliò per il bosco; e al sorgele del sole il suo destino lo riportò vicino al fiume dove Medoro incise l’ iscrizione. Vedere le parole che testimoniavano il suo disonore, lo accese, così che in lui non restò nulla che non fosse odio, rabbia, ira o furia; non resistette più, e sguainò la spada. Tagliò l’ incisione e il sasso, e fino al cielo fece volare le piccole schegge.  Infelice sia ogni grotta e ogni tronco in cui si legge Medoro o Angelica! Furono così ridotti (le piante ) quel giorno, che ne’ obra ne’ regigerio daranno più al pastore e al gregge: e il fiume, così chiaro e puro, non fu al riparo da un ira così grande; poiche’ i rami,i tronchi, i sassi e le zolle di terra non smise (orlando) di gettare nelle belle onde, fino a che dalla superficie fino al fondo, le intornbidò così tanto che non saranno mai più così limpide e pure. E alla fine si stancò, dal momento che la forza fisica, ormai esaurita, non era piu’ in grado  di servire allo sdegno, al pesante odio e all’ ardente ira; cadde sul preto e si mise a sospirare verso il cielo. Afflitto e sctanco cadde nell’ erba, e fissò gli occhi al cielo, non disse nessuna parola. Rimane così, senza mangiare e senza dormire per tre giorni. Il suo dolore non smise di crescere, finche’ non l’ ebbe fatto impazzire. Il quarto giorno, sconvolto da pazzia violenta , si tolse di dosso tutta l’ armatura. Qui resta l’ emlo, là resta lo scudo, londano rimangono gli arnesi (corredo dell’ armatura), e più lontano ancora c’e’ la corazza: tutte le sue armi, alla fine, erano sparse per il bosco. E poi si squarciò i vestiti, e rimasero nudi il peloso petto e la schiena; e iniziò la grande pazzia, così orrenda, che nessuno sentirà mai parlare di una (follia) piu’ orrenda di questa. Gli scaturì così tanta rabbia e così tanto furore che tutte le sue facoltà sensitive erano alterate. Non gli sovvenne di prendere la spada.  Ma ne quella, nè una scure, nè una bipenne (scure a due lame) erano necessarie al suo immenso vigore. Qui fece davvere alcune tra le sue imprese più straordinarie, sradicò un grande pino con un solo scrollone:  e ne abbattè, dopo il primo, molti altri come se fossero state piante dal fusto tenero; e fece la stessa cosa con querce,  vecchi olmi, faggi e abeti. Quello che fa un uccellatore, che per  ripulire il campo dove mettere le reti ne estirpa le erbaccie, Orlando lo faceva con le querce e con le altre piante secolari del bosco. Il patore che aveva sentito il gran chiasso, lasciando il gregge sparso per la foresta, in fretta venne a vedere che cosa fosse quel rumore. Ma sono giunto a quel punto che se lo oltrepasso, la mia storia vi potrebbe essere dannosa; e io la voglio rinviare ad un altro canto.

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Ariosto, Parafrasi del 2° canto “La Pazzia di Orlando” Parte 2

14 09 2006

Così vediamo restare l’ acqua nel vaso,che abbia largo il ventre e stretta la bocca; che, capovolgendo il vaso, il liquido che vorrebbe uscire,si riversa tanto velocemente, e si ingorga nella stretta apertura, uscendo cosi’ a goccia a goaccia a fatica. Poi ritorna abbastanza in sè , e pensa se la cosa potrebbe essere non vera: che quancuno voglia così infamare il nome della sua donna  e crede e spera e brama, oppure (che quancuno voglia) gravarlo di un così insopportabile peso di gelosia, da farlo morire; e abbia, chiunque sia stato, imitato molto bene la sua calligrafia (di Angelica). con una così debole speranza, gli si rianimarono (gli spiriti vitali); quindi salì in groppa al suo Brigliadoro quando il sole stava già lasciando il posto a sua sorella luna (tramonto). Non va molto avanti, che vede uscire, dalgi alti comignoli dei tetti , del funo, sente cani abbaiare e una mandria muggire:  va fino alla villa e prende posto. Languido smonta (da cavallo), e lascia Brigliadoro a un abile garzone perchè ne abbia cura: egli si disarma, si leva gli sperono d’ oro, e si fa luciare l’ armatura. Era questa la casa dove Medoro visse quando fu ferito, e dove ebbe grande fortuna. Orlando chiede solo da dormire e niente per cena, è sazio di dolore e non di altro cibo. Quanto più cerca di trovare tranquillità, tanto più prova travaglio e dolore; vede ogni finestra, ogni porta, ogni muro, pieno dell’ odiata poesia (quella scritta da Medoro). Vorrebbe chiedere a riguardo ma poi tiene le labbra ferme (sta zitto); perche’ teme di rendere (a se stesso) troppo evidente, troppo chiara la cosa che cerca di dimenticare (ofuscare), per provare meno dolore. Ingannare se stesso non gli giova; perche’ senza domandare (dell’ accaduto)  c’e’ chi ne parla. Il pastore, che lo vede così oppresso dalla sua tristezza, e vorrebbe alleviarla, iniziò a raccontargli la storia che conosceva bene; raccontava spesso dei due amanti  a chi voleva acoltare una storia molto dilettevole; egli cominciò senza rispetto di Orlando a raccontare come egli, pregato dalla bella Angelica,  aveva portato Medoro,ferito gravemente, alla sua casa; e che ella (Angelica) curò la ferita, che guarì in pochi giorni: ma lei fu ferita con una piaga ancora maggiore di quella, nel cuore da Amore (cupido); e da una piccola scintilla si accese tanto del così cocente fuoco che la faceva ardere tutta, e non trovava pace: e senza aver riguardo che ella (Angelica) fosse figlia del più grande re che abbia mai avuto l’ oriente, sospinta da un grandissimo amore  fu portata a sposare Medoro, umile soldato. La conclusione della storia fu  che il pastore gli fece portare davanti il gioiello, che gli diede Angelica al momento della partenza come ricompensa della buona ospitalità.questa conclusione fu la scure che gli levò la testa dal collo in un colpo solo, una volta che il carnefica Amore fu sazio delle innumerevoli bastonate che già aveva dato ad Orlando. Orlando si sforza di nascondere il dolore ; e tuttavia quello e’ talmente violento ,che difficilmente lo può tenere nascostoattraverso la bocca e gli occhi e’ inevitabile che esploda . Dopo che potè dar libero sfogo al dolore (perche’ resta solo senza doversi preoccupare di nessun altro), si sparge un fiume di lacrime che dagli occhi, rigando le guance, si sparge sul petto: sospira e piange, e cammina ,girandosi spesso , di qua e di la’  cercando esplorando il letto: e se lo sente piu’ duro che un sasso, e piu’ pungente dell’ ortica.In tanto gli viene in mente l’ aspro travaglio, che nello stesso letto in cui egli (Orlando) giaceva,l’ ingrata donna (Angelica) doveva essersi più volte venuta a coriare insieme al suo amante.Non altrimenti, o quel letto ha in odio, ne’ si alza dal letto meno velocemente del contadino che si leva dall’ erba, su cui si era steso per riposarsi, per aver visto vicino a se’ un serpente. Quel letto, quella casa, quel pastore immediatamente gli viente tanto odio, o che sorga l’ alba, che precede il nuovo giorno, prende le armi e il destriero, e esce fuori  in mezzo al bosco, dove e’ più fitto e scuro l’ intrico di rami; e poi quando si accorge di essere solo (che nessuno lo segue) , con grida e  urla apre le porte al dolore. Non smette mai di gridare e di urlare; non si da’ mai pace ne’ la notte ne’ il dì. Fugge da città e da borghi, e gliace all’ aperto sul terreno duro dei luoghi inabitati. Si merviglia che nella propria testa ci possa essere una sorgente così inesauribile di pianto e come i sospiri possano essere mai così tanti; e spesso si dice nel pianto: “ Queste non sono più lacrime, che fuoriescono daglio occhi con flusso così abbondante. Non bastarono le lacrime al dolore: finirono quando il dolore si era manifestato solo per metà. Dal dolore della gelosia ora l’ umor vitae fugge attraverso quella via a cui gli occhi conducono; ed e’ quello che si riversa, cioè, quello che ne esce ora non  e’ pianto ma quell’ umore vitale  che porterà via  con sè  contemporaneamente il dolore e la vita.





Ariosto, Parafrasi del 2° canto “La Pazzia di Orlando” Parte 1

14 09 2006

L’ imprevedibile percorso ,per il bosco privo di sentieri, che prese il cavallo di Mandricardo fece si che Orlando vagò due giorni a vuoto, nè lo trovò, nè ne ebbe traccia. Arrivò a un ruscello che sembrava cristallo, sulle cui sponde fioriva un bel prato dei colori della natura  ed era variamente ornato da bei cespugli. La calda ora del mezzogiorno rendeva gradita l’ ombra all’ armamento e al cavaliere; così che neppure Orlando provava alcun brivido freddo, sebbene avesse la corazza. Qui Orlando entrò per riposare in mezzo ai cespugli e vi trovò una dimora angosciosa e funesta,più di quanto si possa dire, quello sfortunato giorno. Girnado qui intorno vide sulla riva dell’ ombroso fiume molti arberelli con scritte (incise). Non appena ebbe gli occhi fermi e fissati con maggior attenzione fu sicuro che furono scritti dalla dea del suo cuore. Questo era uno di quei luoghi già descritti, dove spesso Medoro veniva dalla casa del pastore, lì vicina, a vedere Angelica. Vede Angelica e Medoro intrecciati in diversi modi, e in diversi luoghi. Tante sono le lettere, tanti sono i chiodi con i quali Cupido gli ferisce e punge il cuore. Va  a cercare in mille modi con il pensiero, di non credere quello a cui, suo malgrado, crede: si sforza di credere che sia un’ altra Angelica ad aver scritto il suo nome sul quella corteccia. Poi dice: “ Io conosco la grafia di queste lettere:  di queste (lettere) ne ho viste e ne ho lette tante. Potrebbe essersi inventata questo Medoro: forse mi ha dato questo soprannome”. Con tali opinioni remote, continuò ad assillare se stesso; il malcontento di Orlando stette nella speranza , che seppe procurare a se stesso. Ma  più cerca di dimenticare il crudele sospetto, più si riaccende  e si rinnova: come il disattento uccello che finisce in una ragnatela o sui rami invischiati, quanto più batte le ali e più prova a liberarsi, più si lega stretto. Orlando vide dove si incurva la montagna  come un arco (formando una grotta) edere e viti rampicanti avevano ornato l’ ingresso (di quella grotta) con i loro fusti contorti. Nei giorni più caldi, qui erano soloto a stare abbracciati i due felici amanti. C’erano i lorno nomi dentro e intorno (alla grotta) più che nei luoghi circostanti. Erano scritti alcuni con il carbone, altri con gesso e altri erano impressi con punte di coltelli. Qui scese il triste cavaliere; e vide sull’ entrata della grotta tante parole, che erano state scritte dalla mano di Medoro, e sembravano esser state scritte proprio in quel momento. Per  esprimere il grande piacere che provò (con Angelica) nella grotta, aveva composto questa iscrizione in versi. Io penso che fosse poeticamente elaborata in arabo (lingua di Medoro), ed era tale il senso nella nostra lingua: “ liete piante, verdi erbe, limpide acque, grotta ombrosa e gradevole per la fresca ombra, dove la bella Angelica nacque di GALAFRON, è stata amata invanamente da molto, spesso nelle mie braccia giacque nuda; dei piaceri  che qui mi sono stati dati, io povero Medoro non posso ricompensarvi in altro modo, se non lodandovi in ogni momento; e di pregare ogni signore che vi ha amato, e cavallieri e damigelle e persone ,del posto o forestiere, che capiti qui intenzionalmente o percaso; che all’ erba, all’ ombra, all’ ingresso (delle grotta) al fiume e alle piante dica: che sole e luna vi siano favorevoli, e vi protegga il coro delle ninfe dai danni che potrebbero recare le greggi condotte lì da qualche pastore.”. era scritto in arabo, che il cavaliere capiva bene come il latino: tra molte lingue e molte che possedeva, il paladino sapeva benissimo quella; egli fece evitare più volte danni e scontri, quando si trovò tra il popolo saraceno:  ma non si rallegri, se altre volte (la conoscenza dell’ arabo ) gli fu propizia; perche’ ora gli arreca un danno tale da cancellare tutti i vantaggi ottenuti. Lesse tre, quattro, sei volte la triste poesia, anche cercando invano (di immaginare) che non ci fosse quello che l’ aveva scritta; ma gli risultava sempre più chiaro e facile da comprendere (l’ esistenza di Medoro): ed ogni volta (che leggeva) si sentiva stringere il cuore in messo al petto afflitto. Rimase lì con gli occhi e con il pensiero rivolti al sasso, impetrito. Fu allora che impazzì, così che tutto il preda al dolore si abbandona. Credete a chi l’ ha provato su se stesso ,che questa e’ la sofferenza (d’ amore) che fa passare tutte le altre. Gli era caduto il mento sopra il petto (testa bassa), la fronte era priva di rughe ed era bassa; non potè aver e (che il dolore l’ occupò tanto) voce per lamntarsi o lacrime per piangere. L’ ilpetuoso dolore, che voleva uscire con troppa fretta, rimase dentro.





Ariosto, Analisi del 2° canto “La pazzia di Orlando”

14 09 2006

SINTESI DEL RACCONTO:

Orlando è alla ricerca di Mandricardo, il quale, poco prima, era fuggito da un duello con lui. Orlando si perde nel fitto bosco e mentre cerca una via d’ uscita, accidentalmente si imbatte in un boschetto con un ruscello. Ne approfitta per riposarsi e far bere il cavallo. Casualmente vede sulle cortecce degli alberi la prova dell’ amore tra Angelica e Medoro e, disperandosi, cerca in tutti i modi di autoconvincersi della falsità delle incisioni. Al tramonto prende il cavallo e si mette in viaggio; poco dopo vede una casa.  Un pastore lo ospita per la notte e, vedendolo molto triste, gli racconta una storia d’ amore. Sfotrunatamente per Orlando si tratta delle storia di Angelica e Medoro, che qualche giorno prima avevano chiesto anche loro ospitalità al pastore. Orlando ormai rassegnato, si sveglia all’ alba e si dirige velocemente nel boschetto nel quale la sua tristezza si trasforma prima in disperazione, poi in violenza. Inizia ad abbattere alberi e cespugli; il contadino, sentendo il frastuono, si incuriosisce e va a vedere cosa sta succedendo.

 

DOMANDE:

2-      Orlando prova ad ingannare se stesso cercando soluzioni alternative all’ evidente fatto del tradimento di Angelica; 

          Immagina l’ esistenza di un’ altra Angelica. Questa illusione viene smentita dal fatto che riconosce la scrittura dell’ amata sugli alberi.

          Pensa che Angelica l’ abbia soprannominato a sua insaputa “Medoro”. L’ idea decade quando scopre la poesia di Medoro nella grotta.

          Crede inoltre che qualcuno abbia fatto tutto ciò per gravarlo di un enorme peso di gelosia. Tutte le idee vengono smentite dalla ‘confessione’ del contadino.

3-      Nel monologo ci sono alcuni segni che secondo me introducono alla pazzia:

          Continua ad ansimare molto velocemente come prima di uno scatto d’ ira (come per prendere la carica).

          Dopo la scoperta del tradimento, Orlando, sostiene che si sente, fisicamente, morto; ciò che resta di lui è solo un fantasma.

          Contesta con molta rabbia il comportamento di Amore.

4-      La spoliazione di Orlando simboleggia una profonda metamorfosi del personaggio, che passa da essere un eroe casto e pio ad un uomo senza ragione e in preda ad un furore disumanizzante.

5-       In questi versi l’ autore ci chiede se crediamo il dolore recato dalla amore, è un dolore che fa guarire tutti gli altri. Da questa domanda, si può capire che l’ autore, evidentemente, ha avuto nella sua vita dei problemi amorosi. Questo intervento serve a far immedesimare ancor di più il lettore nel personaggio di Orlando.

 

 

FIGURE RETORICHE

 

Endiadi:  – “punge e fiede”  Rigo 28

                         “vedute e lette” Rigo 33

                         “raccende e rinuova”  Rigo 41

                         “chiaro e piano”  Rigo 92

                         “travaglio e pena”  Rigo 138

                         “sospira e geme”  Rigo 181

                         “gridi et urli”  Rigo 200

                         “cittadi e borghi” Rigo 203

                         “chiara e pura”  Rigo 247

                         “afflitto e stanco”  Rigo 257

Perifrasi: – “fontana d’ acqua così vivace”  à Pianto       Rigo 206

                         “diurna fiamma” à Sole     Rigo 234

                         “il sole esce tre volte e torna sotto” à tre giorni        Rigo 260

Polisindeto:  “all’ erbe, all’ ombre, all’ antro, al rio, alle piante”   Rigo 77

                         “e gli schivò più volte e danni e onte”   Rigo 85

                       – “altri il disarma, altri gli sproni d’oro gli leva, altri a forbir va l’armatura” Rigo131-132

                       -“ogni uscio, ogni parete, ogni finestra” Rigo 140

                         “quel letto, quella casa, quel pastore”   Rigo 193

                         “e ceppi e tronchi e sassi e zolle”   Rigo 249

                         “né quella, né scure, né bipenne”   Rigo 277

                         “e d’ orni e di illici e d’ abeti”  Rigo 284

 

Personificazione: -“liete piante”   Rigo 65

 

Climax:   “né quella, né scure, né bipenne”   Rigo 277

                         “ crede, brama , spera”  Rigo 116

                       _  odio, rabbia, ira, furore”  Rigo239

 

Metafore e Similitudini:  “parea cristallo”   Met.    Rigo 5

                         “come incauto … lega stretto”  Sim.   Rigo 43-46

                         “così veggian …  a fatica”  Sim.    Rigo 107-112

                         “ pungente come se fosse urtica”  Rigo 184