Tema “Le avanguardie di inizio ‘900”

7 05 2008

La definizione “avanguardia” viene attribuita ai movimenti artistici di rottura e innovazione di inizio Novecento, in cui gli artisti (letterari o meno) si riunivano sotto un manifesto da loro firmato. I principali movimenti letterari che si sviluppano in Italia a inizio secolo sono il Futurismo e il Crepuscolarismo.

Il primo nasce in Italia a seguito della pubblicazione, nel 1909, sul quotidiano parigino “Le Figarò”, del “Manifesto dal Futurismo” da parte di Marinetti. Da questo proclama si capisce che i futuristi sono attratti dal mondo moderno, dal traffico, dalle automobili, dagli aerei, dalla velocità; Marinetti vede l’ uomo a cavalcioni della terra, che la guida a tutta velocità lungo l’orbita con un volante conficcato sul suo asse di rotazione. Amavano la guerra e la violenza, si sentivano realizzati solo mediante l’utilizzo della forza. Rifiutavano tutto ciò che era vecchio e fermo, perché bisognava guardare solo avanti; proprio per questa visione del mondo volevano distruggere e mettere al rogo le biblioteche e le accademie. 

Tre anni dopo, nel 1912, sempre sullo stesso giornale, ancora da Marinetti pubblica il “Manifesto tecnico del Futurismo”. In questo documento, più lungo del precedente, viene trattata, appunto, la parte tecnica della poesia, cioè come doveva scrivere un ero futurista. Dato che la velocità era un “chiodo fisso” per questi poeti, nel testo troviamo molti accorgimenti per rendere la lettura della poesia più dinamica. Tra questi: l’ abolizione della punteggiatura, al posto della quale venivano usati simboli matematici e musicali; l’abolizione degli avverbi, degli aggettivi, perché veniva imposto l’ utilizzo del verbo all’infinito e doveva esserci un doppio per ogni nome. Quest’ultimo accorgimento significava che per ogni sostantivo ne andava aggiunto un altro, analogicamente collegato al precedente. Queste analogie seguivano il gusto barocco, cioè erano tanto più belle quanto più collegavano campi semantici totalmente differenti. Come intuibile, in questo modo, la lettura poteva risultare molto complicata per alcuni lettori; ai futuristi, che avevano una mentalità elitaria, non importava; sostenevano che chi non capiva i testi, non ne era all’altezza e non meritava di capire. Inoltre i futuristi hanno rotto con le strutture poetiche classiche e componevano spesso facendo uso di calligrammi. Detto questo nei manifesti, lo stesso Marinetti in alcuni suoi testi, come “Zang Tum Tum”, dove si descrive l’ attraversamento dello stretto di Messina di un treno a bordo di un traghetto, utilizza avverbi, aggettivi e punteggiatura; inoltre si sente in dovere di spiegare alcune analogie. Dunque non rispetta le regole da lui stesso enunciate.

Contemporaneo al futurismo, nasce il Crepuscolarismo. Per questo movimento, che non ha un vero e proprio manifesto, viene considerate tale un’opera di Corazzini: “Desolazione di un povero poeta sentimentale” . In questa poesia vengono messi in luce i principi e gli atteggiamenti di un poeta crepuscolare: questi rifiutavano il positivismo e il futurismo, e non volevano essere considerati come i poeti che andavano di moda all’epoca, cioè come D’Annunzio. Non credevano in nessuna funzione della poesia. Ipoeti crepuscolari hanno una passione per gli oggetti vecchi, insignificanti, comuni, e per le azioni monotone, ripetitive. La loro malinconia di fondo é data dal sempre presente desiderio di svanire (Cupio-dissolvi) che li porta ad avere un atteggiamento nei confronti della vita vittimistico. I crepuscolari non hanno un manifesto tecnico, ma si può osservare il loro modo di scrivere in una poesia di Moretti: “A Cesena”. Questa poesia mostra la delusione di un fratello nel vedere la sorella “cambiata” dopo un anno di matrimonio; è scritta in terzine di endecasillabi. Vengono scelte una struttura e una forma classiche per le poesia dei crepuscolari, in questo caso la stessa forma che viene usata da Dante nella “Divina Commedia”, che però presenta al suo interno un lessico tipico della prosa e quindi di facile lettura. Nonostante queste due avanguardie presentino bersagli polemici e interessi diversi, autori come Palazzaschi hanno sperimentato entrambe le sensibilità . Questa fusione di stili si trova nel testo “Lasciatemi Divertire” di Palazzeschi; il testo è futurista del punto di vista dei contenuti, delle onomatopee, ma anche crepuscolare, a causa della svalutazione della figura del poeta. Se il crepuscolarismo ha trovato molti esponenti in Italia, il futurismo si è sviluppato molto più all’estero e anche in altre espressioni artistiche, come la pittura e la grafica.





Saggio di Italiano sui Bamboccioni

11 02 2008

I “Bamboccioni” non se ne vanno più via!

Nel nostro paese ci sono molti giovani-adulti (ragazzi oltre i 30 anni) che vivono ancora con i genitori. Questo fenomeno è largamente diffuso, tanto che, per commentare due nuovi provvedimenti emanati dal governo, il ministro dell’economia Padoa Schioppa ha coniato un nuovo termine che e’ entrato rapidamente nel lessico popolare: “bamboccioni”. I provvedimenti in questione riguardavano, un prestito per studenti fino a 6000 euro  per incentivarli a continuare gli studi in modo indipendente dalla famiglia, e l’ altro che prevede un contributo  a chi sostiene le spese di affitto.

Tutti si chiedono perché questi ragazzi non vogliono lasciare la loro famiglia; la causa principale e’ il costo degli appartamenti e degli affitti nelle nostre città. Come si può pensare che uno studente con 6000 euro e un contributo per l’affitto , riesca a mantenersi in una città, magari diversa dalla sua, per poter terminare o intraprendere un percorso di studi in un’ università? Per esempio chi deve andare a studiare in una città come Milano deve sostenere spese di affitto esorbitanti, che vanno dai 500 ai 1000 euro al mese, in nero, per una stanza!

Con queste cifre, un ragazzo sarebbe costretto a tornare a casa dopo meno di un anno. Una soluzione potrebbe essere quella di creare, come accade negli stati uniti, degli alloggi nei “campus” universitari, così che uno studente possa usufruirne a prezzi agevolati e restare indipendente dalla famiglia. Un’altra soluzione potrebbe essere quella di trovare un lavoro part-time (in modo da poter seguire le lezioni), che però non è molto remunerativo e comunque non permetterebbe una vita completamente indipendente dalla famiglia. In ogni caso chi va a vivere da solo perde tutti i comfort della vita con i genitori, come avere la stanza in ordine e pulita, i vestiti lavati e stirati, il cibo sempre pronto in tavola, quasi come in albergo. In molti casi sono i genitori stessi, soprattutto quelli rimasti vedovi, che vogliono la compagnia di un figlio; magari lo fanno per combattere la solitudine o in caso di necessità avere subito un aiuto.

Non trovo quindi sbagliato il comportamento di questi ragazzi, perché la loro permanenza in casa risolve i problemi dei genitori e dei figli. Una giusta soluzione è, nel caso di figli che lavorano, di far partecipare questi ragazzi alle spese della famiglia. Ci sono molti ragazzi che lasciano quasi interamente il loro stipendio alla famiglia. Ritengo che questo sia un comportamento più maturo rispetto all’ “ andare a vivere da soli”. I provvedimenti che prevedono i contributi fatti dal governo sono un primo passo, bisogna continuare su questa strada, e magari, aumentare i controlli sugli affitti , alle stelle e in nero, per gli studenti.





La Lupa (Novella integrale)

11 02 2008

Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna – e pure non era più giovane – era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiavano.

  Al villaggio la chiamavano la Lupa perché non era sazia giammai – di nulla. Le donne si facevano la croce quando la vedevano passare, sola come una cagnaccia, con quell’andare randagio e sospettoso della lupa affamata; ella si spolpava i loro figliuoli e i loro mariti in un batter d’occhio, con le sue labbra rosse, e se li tirava dietro alla gonnella solamente a guardarli con quegli occhi da satanasso, fossero stati davanti all’altare di Santa Agrippina. Per fortuna la Lupa non veniva mai in chiesa, né a Pasqua, né a Natale, né per ascoltar messa, né per confessarsi. – Padre Angiolino di Santa Maria di Gesù, un vero servo di Dio, aveva persa l’anima per lei.  Maricchia, poveretta, buona e brava ragazza, piangeva di nascosto, perché era figlia della Lupa, e nessuno l’avrebbe tolta in moglie, sebbene ci avesse la sua bella roba nel cassettone, e la sua buona terra al sole, come ogni altra ragazza del villaggio.  Una volta la Lupa si innamorò di un bel giovane che era tornato da soldato, e mieteva il fieno con lei nelle chiuse del notaro; ma proprio quello che si dice innamorarsi, sentirsene ardere le carni sotto al fustagno del corpetto, e provare, fissandolo negli occhi, la sete che si ha nelle ore calde di giugno, in fondo alla pianura. Ma lui seguitava a mietere tranquillamente, col naso sui manipoli, e le diceva: – O che avete, gnà Pina? – Nei campi immensi, dove scoppiettava soltanto il volo dei grilli, quando il sole batteva a piombo, la Lupa, affastellava manipoli su manipoli, e covoni su covoni, senza stancarsi mai, senza rizzarsi un momento sulla vita, senza accostare le labbra al fiasco, pur di stare sempre alle calcagna di Nanni, che mieteva e mieteva, e le domandava di quando in quando: – Che volete, gnà Pina? –  Una sera ella glielo disse, mentre gli uomini sonnecchiavano nell’aia, stanchi dalla lunga giornata, ed i cani uggiolavano per la vasta campagna nera: – Te voglio! Te che sei bello come il sole, e dolce come il miele. Voglio te!  – Ed io invece voglio vostra figlia, che è zitella – rispose Nanni ridendo.  La Lupa si cacciò le mani nei capelli, grattandosi le tempie senza dir parola, e se ne andò; né più comparve nell’aia. Ma in ottobre rivide Nanni, al tempo che cavavano l’olio, perché egli lavorava accanto alla sua casa, e lo scricchiolio del torchio non la faceva dormire tutta notte.  – Prendi il sacco delle olive, – disse alla figliuola, – e vieni -.  Nanni spingeva con la pala le olive sotto la macina, e gridava – Ohi! – alla mula perché non si arrestasse. – La vuoi mia figlia Maricchia? – gli domandò la gnà Pina. – Cosa gli date a vostra figlia Maricchia? – rispose Nanni. – Essa ha la roba di suo padre, e dippiù io le do la mia casa; a me mi basterà che mi lasciate un cantuccio nella cucina, per stendervi un po’ di pagliericcio. – Se è così se ne può parlare a Natale – disse Nanni. Nanni era tutto unto e sudicio dell’olio e delle olive messe a fermentare, e Maricchia non lo voleva a nessun patto; ma sua madre l’afferrò pe’ capelli, davanti al focolare, e le disse co’ denti stretti: – Se non lo pigli, ti ammazzo! –  La Lupa era quasi malata, e la gente andava dicendo che il diavolo quando invecchia si fa eremita. Non andava più di qua e di là; non si metteva più sull’uscio, con quegli occhi da spiritata. Suo genero, quando ella glieli piantava in faccia, quegli occhi, si metteva a ridere, e cavava fuori l’abitino della Madonna per segnarsi. Maricchia stava in casa ad allattare i figliuoli, e sua madre andava nei campi, a lavorare cogli uomini, proprio come un uomo, a sarchiare, a zappare, a governare le bestie, a potare le viti, fosse stato greco e levante di gennaio, oppure scirocco di agosto, allorquando i muli lasciavano cader la testa penzoloni, e gli uomini dormivano bocconi a ridosso del muro a tramontana. In quell’ora fra vespero e nona, in cui non ne va in volta femmina buona, la gnà Pina era la sola anima viva che si vedesse errare per la campagna, sui sassi infuocati delle viottole, fra le stoppie riarse dei campi immensi, che si perdevano nell’afa, lontan lontano, verso l’Etna nebbioso, dove il cielo si aggravava sull’orizzonte.  – Svegliati! – disse la Lupa a Nanni che dormiva nel fosso, accanto alla siepe polverosa, col capo fra le braccia. – Svegliati, ché ti ho portato il vino per rinfrescarti la gola -.  Nanni spalancò gli occhi imbambolati, tra veglia e sonno, trovandosela dinanzi ritta, pallida, col petto prepotente, e gli occhi neri come il carbone, e stese brancolando le mani.  – No! non ne va in volta femmina buona nell’ora fra vespero e nona! – singhiozzava Nanni, ricacciando la faccia contro l’erba secca del fossato, in fondo in fondo, colle unghie nei capelli. – Andatevene! andatevene! non ci venite più nell’aia! –  Ella se ne andava infatti, la Lupa, riannodando le trecce superbe, guardando fisso dinanzi ai suoi passi nelle stoppie calde, cogli occhi neri come il carbone.  Ma nell’aia ci tornò delle altre volte, e Nanni non le disse nulla. Quando tardava a venire anzi, nell’ora fra vespero e nona, egli andava ad aspettarla in cima alla viottola bianca e deserta, col sudore sulla fronte – e dopo si cacciava le mani nei capelli, e le ripeteva ogni volta: – Andatevene! andatevene! Non ci tornate più nell’aia! –  Maricchia piangeva notte e giorno, e alla madre le piantava in faccia gli occhi ardenti di lagrime e di gelosia, come una lupacchiotta anch’essa, allorché la vedeva tornare da’ campi pallida e muta ogni volta. – Scellerata! – le diceva. – Mamma scellerata!  – Taci!  – Ladra! ladra!  – Taci!  – Andrò dal brigadiere, andrò!  – Vacci!  E ci andò davvero, coi figli in collo, senza temere di nulla, e senza versare una lagrima, come una pazza, perché adesso l’amava anche lei quel marito che le avevano dato per forza, unto e sudicio delle olive messe a fermentare.  Il brigadiere fece chiamare Nanni; lo minacciò sin della galera e della forca. Nanni si diede a singhiozzare ed a strapparsi i capelli; non negò nulla, non tentò di scolparsi. – È la tentazione! – diceva; – è la tentazione dell’inferno! – Si buttò ai piedi del brigadiere supplicandolo di mandarlo in galera.  – Per carità, signor brigadiere, levatemi da questo inferno! Fatemi ammazzare, mandatemi in prigione! non me la lasciate veder più, mai! mai!  – No! – rispose invece la Lupa al brigadiere – Io mi son riserbato un cantuccio della cucina per dormirvi, quando gli ho data la mia casa in dote. La casa è mia; non voglio andarmene.  Poco dopo, Nanni s’ebbe nel petto un calcio dal mulo, e fu per morire; ma il parroco ricusò di portargli il Signore se la Lupa non usciva di casa. La Lupa se ne andò, e suo genero allora si poté preparare ad andarsene anche lui da buon cristiano; si confessò e comunicò con tali segni di pentimento e di contrizione che tutti i vicini e i curiosi piangevano davanti al letto del moribondo. E meglio sarebbe stato per lui che fosse morto in quel giorno, prima che il diavolo tornasse a tentarlo e a ficcarglisi nell’anima e nel corpo quando fu guarito. – Lasciatemi stare! – diceva alla Lupa – Per carità, lasciatemi in pace! Io ho visto la morte cogli occhi! La povera Maricchia non fa che disperarsi. Ora tutto il paese lo sa! Quando non vi vedo è meglio per voi e per me… –  Ed avrebbe voluto strapparsi gli occhi per non vedere quelli della Lupa, che quando gli si ficcavano ne’ suoi gli facevano perdere l’anima ed il corpo. Non sapeva più che fare per svincolarsi dall’incantesimo. Pagò delle messe alle anime del Purgatorio, e andò a chiedere aiuto al parroco e al brigadiere. A Pasqua andò a confessarsi, e fece pubblicamente sei palmi di lingua a strasciconi sui ciottoli del sacrato innanzi alla chiesa, in penitenza – e poi, come la Lupa tornava a tentarlo:  – Sentite! – le disse, – non ci venite più nell’aia, perché se tornate a cercarmi, com’è vero Iddio, vi ammazzo!  – Ammazzami, – rispose la Lupa, – ché non me ne importa; ma senza di te non voglio starci -.  Ei come la scorse da lontano, in mezzo a’ seminati verdi, lasciò di zappare la vigna, e andò a staccare la scure dall’olmo. La Lupa lo vide venire, pallido e stralunato, colla scure che luccicava al sole, e non si arretrò di un sol passo, non chinò gli occhi, seguitò ad andargli incontro, con le mani piene di manipoli di papaveri rossi, e mangiandoselo con gli occhi neri. – Ah! malanno all’anima vostra! – balbettò Nanni.

 





Cavalleria Rusticana (Novella Integrale)

11 02 2008

  Turiddu Macca, il figlio della gnà Nunzia, come tornò da fare il soldato, ogni domenica si pavoneggiava in piazza coll’uniforme da bersagliere e il berretto rosso, che sembrava quella della buona ventura, quando mette su banco colla gabbia dei canarini. Le ragazze se lo rubavano cogli occhi, mentre andavano a messa col naso dentro la mantellina, e i monelli gli ronzavano attorno come le mosche. Egli aveva portato anche una pipa col re a cavallo che pareva vivo, e accendeva gli zolfanelli sul dietro dei calzoni, levando la gamba, come se desse una pedata.

 

  Ma con tutto ciò Lola di massaro Angelo non si era fatta vedere né alla messa, né sul ballatoio, ché si era fatta sposa con uno di Licodia, il quale faceva il carrettiere e aveva quattro muli di Sortino in stalla. Dapprima Turiddu come lo seppe, santo diavolone! voleva trargli fuori le budella della pancia, voleva trargli, a quel di Licodia! Però non ne fece nulla, e si sfogò coll’andare a cantare tutte le canzoni di sdegno che sapeva sotto la finestra della bella.

  – Che non ha nulla da fare Turiddu della gnà Nunzia, – dicevano i vicini, – che passa la notte a cantare come una passera solitaria?
  Finalmente s’imbatté in Lola che tornava dal viaggio alla Madonna del Pericolo, e al vederlo, non si fece né bianca né rossa quasi non fosse stato fatto suo.
  – Beato chi vi vede! – le disse.
  – Oh, compare Turiddu, me l’avevano detto che siete tornato al primo del mese.
  – A me mi hanno detto delle altre cose ancora! – rispose lui. – Che è vero che vi maritate con compare Alfio, il carrettiere?
  – Se c’è la volontà di Dio! – rispose Lola tirandosi sul mento le due cocche del fazzoletto.
  – La volontà di Dio la fate col tira e molla come vi torna conto! E la volontà di Dio fu che dovevo tornare da tanto lontano per trovare ste belle notizie, gnà Lola! –
  Il poveraccio tentava di fare ancora il bravo, ma la voce gli si era fatta roca; ed egli andava dietro alla ragazza dondolandosi colla nappa del berretto che gli ballava di qua e di là sulle spalle. A lei, in coscienza, rincresceva di vederlo così col viso lungo, però non aveva cuore di lusingarlo con belle parole.
  – Sentite, compare Turiddu, – gli disse alfine, – lasciatemi raggiungere le mie compagne. Che direbbero in paese se mi vedessero con voi?…
  – È giusto, – rispose Turiddu; – ora che sposate compare Alfio, che ci ha quattro muli in stalla, non bisogna farla chiacchierare la gente. Mia madre invece, poveretta, la dovette vendere la nostra mula baia, e quel pezzetto di vigna sullo stradone, nel tempo ch’ero soldato. Passò quel tempo che Berta filava, e voi non ci pensate più al tempo in cui ci parlavamo dalla finestra sul cortile, e mi regalaste quel fazzoletto, prima d’andarmene, che Dio sa quante lacrime ci ho pianto dentro nell’andar via lontano tanto che si perdeva persino il nome del nostro paese. Ora addio, gnà Lola, facemu cuntu ca chioppi e scampau, e la nostra amicizia finiu -.
  La gnà Lola si maritò col carrettiere; e la domenica si metteva sul ballatoio, colle mani sul ventre per far vedere tutti i grossi anelli d’oro che le aveva regalati suo marito. Turiddu seguitava a passare e ripassare per la stradicciuola, colla pipa in bocca e le mani in tasca, in aria d’indifferenza, e occhieggiando le ragazze; ma dentro ci si rodeva che il marito di Lola avesse tutto quell’oro, e che ella fingesse di non accorgersi di lui quando passava.
  – Voglio fargliela proprio sotto gli occhi a quella cagnaccia! – borbottava.
  Di faccia a compare Alfio ci stava massaro Cola, il vignaiuolo, il quale era ricco come un maiale, dicevano, e aveva una figliuola in casa. Turiddu tanto disse e tanto fece che entrò camparo da massaro Cola, e cominciò a bazzicare per la casa e a dire le paroline dolci alla ragazza.
  – Perché non andate a dirle alla gnà Lola ste belle cose? – rispondeva Santa.
  – La gnà Lola è una signorona! La gnà Lola ha sposato un re di corona, ora!
  – Io non me li merito i re di corona.
  – Voi ne valete cento delle Lole, e conosco uno che non guarderebbe la gnà Lola, né il suo santo, quando ci siete voi, ché la gnà Lola, non è degna di portarvi le scarpe, non è degna.
  – La volpe quando all’uva non poté arrivare…
  – Disse: come sei bella, racinedda mia!
  – Ohè! quelle mani, compare Turiddu.
  – Avete paura che vi mangi?
  – Paura non ho né di voi, né del vostro Dio.
  – Eh! vostra madre era di Licodia, lo sappiamo! Avete il sangue rissoso! Uh! che vi mangerei cogli occhi.
  – Mangiatemi pure cogli occhi, che briciole non ne faremo; ma intanto tiratemi su quel fascio.
  – Per voi tirerei su tutta la casa, tirerei!
  Ella, per non farsi rossa, gli tirò un ceppo che aveva sottomano, e non lo colse per miracolo.
  – Spicciamoci, che le chiacchiere non ne affastellano sarmenti.
  – Se fossi ricco, vorrei cercarmi una moglie come voi, gnà Santa.
  – Io non sposerò un re di corona come la gnà Lola, ma la mia dote ce l’ho anch’io, quando il Signore mi manderà qualcheduno.
  – Lo sappiamo che siete ricca, lo sappiamo!
  – Se lo sapete allora spicciatevi, ché il babbo sta per venire, e non vorrei farmi trovare nel cortile -.
  Il babbo cominciava a torcere il muso, ma la ragazza fingeva di non accorgersi, poiché la nappa del berretto del bersagliere gli aveva fatto il solletico dentro il cuore, e le ballava sempre dinanzi gli occhi. Come il babbo mise Turiddu fuori dell’uscio, la figliuola gli aprì la finestra, e stava a chiacchierare con lui ogni sera, che tutto il vicinato non parlava d’altro.
  – Per te impazzisco, – diceva Turiddu, – e perdo il sonno e l’appetito.
  – Chiacchiere.
  – Vorrei essere il figlio di Vittorio Emanuele per sposarti!
  – Chiacchiere.
  – Per la Madonna che ti mangerei come il pane!
  – Chiacchiere!
  – Ah! sull’onor mio!
  – Ah! mamma mia! –
  Lola che ascoltava ogni sera, nascosta dietro il vaso di basilisco, e si faceva pallida e rossa, un giorno chiamò Turiddu.
  – E così, compare Turiddu, gli amici vecchi non si salutano più?
  – Ma! – sospirò il giovinotto, – beato chi può salutarvi!
  – Se avete intenzione di salutarmi, lo sapete dove sto di casa! – rispose Lola.
  Turiddu tornò a salutarla così spesso che Santa se ne avvide, e gli batté la finestra sul muso. I vicini se lo mostravano con un sorriso, o con un moto del capo, quando passava il bersagliere. Il marito di Lola era in giro per le fiere con le sue mule.
  – Domenica voglio andare a confessarmi, ché stanotte ho sognato dell’uva nera! – disse Lola.
  – Lascia stare! lascia stare! – supplicava Turiddu.
  – No, ora che s’avvicina la Pasqua, mio marito lo vorrebbe sapere il perché non sono andata a confessarmi.
  – Ah! – mormorava Santa di massaro Cola, aspettando ginocchioni il suo turno dinanzi al confessionario dove Lola stava facendo il bucato dei suoi peccati. – Sull’anima mia non voglio mandarti a Roma per la penitenza! –
  Compare Alfio tornò colle sue mule, carico di soldoni, e portò in regalo alla moglie una bella veste nuova per le feste.
  – Avete ragione di portarle dei regali, – gli disse la vicina Santa, – perché mentre voi siete via vostra moglie vi adorna la casa! –
  Compare Alfio era di quei carrettieri che portano il berretto sull’orecchio, e a sentir parlare in tal modo di sua moglie cambiò di colore come se l’avessero accoltellato. – Santo diavolone! – esclamò, – se non avete visto bene, non vi lascierò gli occhi per piangere! a voi e a tutto il vostro parentado!
  – Non son usa a piangere! – rispose Santa, – non ho pianto nemmeno quando ho visto con questi occhi Turiddu della gnà Nunzia entrare di notte in casa di vostra moglie.
  – Va bene, – rispose compare Alfio, – grazie tante -.
  Turiddu, adesso che era tornato il gatto, non bazzicava più di giorno per la stradicciuola, e smaltiva l’uggia all’osteria, cogli amici. La vigilia di Pasqua avevano sul desco un piatto di salsiccia. Come entrò compare Alfio, soltanto dal modo in cui gli piantò gli occhi addosso, Turiddu comprese che era venuto per quell’affare e posò la forchetta sul piatto.
  – Avete comandi da darmi, compare Alfio? – gli disse.
  – Nessuna preghiera, compare Turiddu, era un pezzo che non vi vedevo, e voleva parlarvi di quella cosa che sapete voi -.
  Turiddu da prima gli aveva presentato un bicchiere, ma compare Alfio lo scansò colla mano. Allora Turiddu si alzò e gli disse:
  – Son qui, compar Alfio -.
  Il carrettiere gli buttò le braccia al collo.
  – Se domattina volete venire nei fichidindia della Canziria potremo parlare di quell’affare, compare.
  – Aspettatemi sullo stradone allo spuntar del sole, e ci andremo insieme -.
  Con queste parole si scambiarono il bacio della sfida. Turiddu strinse fra i denti l’orecchio del carrettiere, e così gli fece promessa solenne di non mancare.
  Gli amici avevano lasciato la salsiccia zitti zitti, e accompagnarono Turiddu sino a casa. La gnà Nunzia, poveretta, l’aspettava sin tardi ogni sera.
  – Mamma, – le disse Turiddu, – vi rammentate quando sono andato soldato, che credevate non avessi a tornar più? Datemi un bel bacio come allora, perché domattina andrò lontano -.
  Prima di giorno si prese il suo coltello a molla, che aveva nascosto sotto il fieno, quando era andato coscritto, e si mise in cammino pei fichidindia della Canziria.
  – Oh! Gesummaria! dove andate con quella furia? – piagnucolava Lola sgomenta, mentre suo marito stava per uscire.
  – Vado qui vicino, – rispose compar Alfio, – ma per te sarebbe meglio che io non tornassi più -.
  Lola, in camicia, pregava ai piedi del letto, premendosi sulle labbra il rosario che le aveva portato fra Bernardino dai Luoghi Santi, e recitava tutte le avemarie che potevano capirvi.
  – Compare Alfio, – cominciò Turiddu dopo che ebbe fatto un pezzo di strada accanto al suo compagno, il quale stava zitto, e col berretto sugli occhi, – come è vero Iddio so che ho torto e mi lascierei ammazzare. Ma prima di venir qui ho visto la mia vecchia che si era alzata per vedermi partire, col pretesto di governare il pollaio, quasi il cuore le parlasse, e quant’è vero Iddio vi ammazzerò come un cane per non far piangere la mia vecchierella.
  – Così va bene, – rispose compare Alfio, spogliandosi del farsetto, – e picchieremo sodo tutt’e due -.
  Entrambi erano bravi tiratori; Turiddu toccò la prima botta, e fu a tempo a prenderla nel braccio; come la rese, la rese buona, e tirò all’anguinaia.
  – Ah! compare Turiddu! avete proprio intenzione di ammazzarmi!
  – Sì, ve l’ho detto; ora che ho visto la mia vecchia nel pollaio, mi pare di averla sempre dinanzi agli occhi.
  – Apriteli bene, gli occhi! – gli gridò compar Alfio, – che sto per rendervi la buona misura -.
  Come egli stava in guardia tutto raccolto per tenersi la sinistra sulla ferita, che gli doleva, e quasi strisciava per terra col gomito, acchiappò rapidamente una manata di polvere e la gettò negli occhi all’avversario.
  – Ah! – urlò Turiddu accecato, – son morto -.
  Ei cercava di salvarsi, facendo salti disperati all’indietro; ma compar Alfio lo raggiunse con un’altra botta nello stomaco e una terza alla gola.
  – E tre! questa è per la casa che tu m’hai adornato. Ora tua madre lascerà stare le galline -.
  Turiddu annaspò un pezzo di qua e di là tra i fichidindia e poi cadde come un masso. Il sangue gli gorgogliava spumeggiando nella gola e non poté profferire nemmeno: – Ah, mamma mia! –

 





Il Dandy (Danismo)

11 02 2008

Il movimento dandy, dandysmo o dandismo, fu un movimento culturale inglese della fine del XIX secolo. Era una dottrina dell’eleganza, della finezza e dell’originalità. Lo stile dandy si lega principalmente al linguaggio e all’abbigliamento. La definizione di un dandy potrebbe essere “un uomo dall’andatura preziosa, originale e ricercata, e dal linguaggio scelto”. Ma il dandysmo non è un’estetica fissa ed essa infatti poteva variare abbastanza notevolmente. Fra i dandy più conosciuti ricordiamo Lord Brummell e Oscar Wilde.





Confronto tra Dorian Gray, Des Esseints, Andrea Sperelli

11 02 2008

 Dorian Gray, così come Des Esseints e Andrea Sperelli, è un “eroe decadente”, un esteta esasperato, tanto diverso dall’eroe classico, greco e romano, e da quello romantico. Più che un immorale è un amorale, in quanto in lui il senso del bello, al primo posto nella scala dei valori, ha fatto dimenticare i valori di bontà e di giustizia. È un individuo cinico e dissoluto che, ossessionato dal raggiungimento del sublime, del bello, calpesta ogni legge umana e divina, disprezza tutto ciò che è mediocre o banale e, chiuso nella sua eleganza come in un bozzolo di seta, persegue quelle sensazioni e quei piaceri che sono propri di un’élite fatta di persone speciali, eccezionali. 





A Rebours (Controcorrente)

11 02 2008

Controcorrente si può definire la “storia di una nevrosi” vissuta da Jean Floresses Des Esseintes, nella Parigi “fin de siecle”. Deluso dalla vita mondana e spregiudicata condotta con i suoi coetanei, il giovane aristocratico decide di sciogliere definitivamente ogni contatto con la società, priva ormai ai suoi occhi di qualunque motivo d’interesse. Si rifugia,così, in una villa nei pressi di un piccolo paese della campagna parigina, iniziando il suo eremitaggio distante da qualsiasi distrazione che gli potesse offrire la civiltà. L’anelata solitudine permette a Des Esseintes di immergersi nell’oceano di ricordi e di abbandonarsi alla corrente di pensieri, partoriti dalla sua mente isterica ed inquieta. Il seme della nevrosi non tarda a germogliare: se dapprima la malattia di Des Esseintes si manifesta in un’eccessiva e spasmodica scrupolosità nell’arredare la casa, giorno dopo giorno dà adito alla comparsa di allucinazioni sempre più frequenti. La malattia intacca, così, sia i sensi che la mente del giovane, che, spossato, è ormai costretto febbricitante a letto, inerte fisicamente e spiritualmente. La consapevolezza del suo stato d’infermità lo sprona, tuttavia, a riallacciare i legami con la società ritornando a Parigi.