Storia delle Foibe 2 (seguito)

22 02 2007

Foibe e torture. I quaranta giorni dell’orrore rosso

 

    “Trst je na!” , “Trieste è nostra!”, gridavano i partigiani di Tito sfilando per le vie della città semideserta. Era il 1° maggio del 1945, nella Venezia Giulia il peggio stava ancora per cominciare. La «corsa per Trieste» fra Alleati e titini provenienti dall’ Istria era iniziata settimane prima, quando gli Alleati si erano resi conto, con un ritardo alquanto sospetto, che il controllo del porto triestino sarebbe stato indispensabile per consentire il rifornimento delle truppe impegnate in Austria a contenere l’ Armata Rossa. Ma Tito li aveva preceduti. Fedele all’ insegnamento di Stalin («il possesso rappresenta i nove decimi del diritto»), il Maresciallo jugoslavo aveva rinunciato a liberare Lubiana e Zagabria pur di giungere per primo nella città italiana. E non solo: per rendere completamente jugoslava l’ occupazione di Trieste, aveva anche fatto trasferire in Slovenia le brigate partigiane italiane «Natisone», «Fontanot» e «Trieste», impegnate nel territorio italiano. Quando giunsero anche le truppe alleate, furono bloccate a Monfalcone e soltanto al comandante, generale Freyberg, fu consentito l’ ingresso in città come «ospite» privo di autorità. Dopo di allora, per 40 lunghissimi giorni, Trieste fu una città jugoslava ed i triestini ne soffrirono le conseguenze. Benché il conflitto fosse terminato, vennero proclamati stato di guerra, legge marziale e coprifuoco dalle 15 del pomeriggio alle 10 del mattino. Per «alleggerire» l’ italianità della regione, furono poi richiamate alle armi molte classi, per trasferire le reclute in Croazia o Slovenia. La libertà di stampa durò 24 ore, poi tutti i giornali furono soppressi, tranne il quotidiano comunista Il Nostro Avvenire. Nel frattempo, si era anche scatenata la polizia segreta Ozna la quale, appoggiata dalla «Guardia del Popolo», operò centinaia di arresti ingiustificati che si conclusero generalmente con un colpo alla nuca o con collettivi infoibamenti. Tutti i membri del Cln (dal quale erano usciti i rappresentanti del Pci) finirono in carcere o costretti a tornare nella clandestinità e così molti partigiani italiani che non avevano accettato il nuovo corso. I 200 finanzieri che avevano garantito fino a quel momento l’ordine pubblico una notte scomparvero misteriosamente, ma si può immaginare la loro fine visto che, il giorno seguente, molti partigiani titini indossavano l’ uniforme della Guardia di Finanza. Villa Segrè, sede della volante rossa della «Guardia del Popolo», diventò una «villa triste» di colore rosso anziché nero. Nell’ interno si verificarono cose atroci: torture, uccisioni e gratuiti episodi di sadismo. Finalmente, dopo la creazione del «Territorio libero di Trieste» diviso in «Zona A» e «Zona B», il 12 giugno 1945, i titini furono costretti dagli Alleati a fare fagotto. Si portarono via tutto il trasportabile: dal patrimonio della Banca d’ Italia (160 milioni di lire) fino alla cancelleria degli uffici. Per Trieste fu comunque un giorno di festa; cominciava invece la lunga agonia della «Zona B» dalla quale giungeranno di tanto in tanto a Trieste messaggi disperati come questo scritto su volantini tricolore: «Triestini, ricordate i vostri quaranta giorni sotto i titini? Noi li stiamo ancora vivendo. Aiutateci!». Ma non furono aiutati. La «Zona B», che secondo il Trattato di Pace avrebbe dovuto essere equamente divisa con accordi diretti fra Roma e Belgrado, fu inglobata nel territorio jugoslavo; l’appropriazione indebita troverà infine una copertura giuridica con l’ accordo italo-jugoslavo firmato a Osimo nel 1975. (Arrigo Petacco)  

«Vola colomba» e in tutta Italia furono lacrime 

Febbraio 1952. Trieste si commuove e canta la canzone a lei dedicata da Nilla Pizzi, «Vola colomba», che vince il Festival di Sanremo. Una musica dolce, triste e orecchiabile e un testo (Cherubini-Concina) che alludono chiaramente alla condizione della città giuliana ancora sotto occupazione alleata, minacciata delle brame espansionistiche di Tito. L’ allegoria è chiara: «Dio del Ciel se fossi una colomba / Vorrei volar laggiù dov’ è il mio amor / Che inginocchiato a San Giusto / Prega con l’ animo mesto: / Fa che il mio amore torni. Ma torni presto. / Vola, colomba bianca, vola / Diglielo tu, Che tornerò / Dille che non sarà più sola, / E che mai più la lascerò». L’ amore che deve tornare è l’ Italia. E le allusioni a Trieste (mai nominata espressamente) continuano nelle strofe successive con «E il campanon din don ci faceva coro» (el «campanon» per i triestini è la campana maggiore della cattedrale romanica di San Giusto che, fatto raro, emette un sol perfetto) e addirittura una battuta in dialetto triestino («anche il mio vecio te sogna»). «Vola colomba» fu dunque la bandiera del ritorno di Trieste all’ Italia. (Mario Luzzatto Fegiz).

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One response

10 07 2007
Andrej

Pace e felicita’ a Trieste mia

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