Storia delle Foibe 1

22 02 2007

TRIESTE 1954-2004 Nove anni di trattative ma la spartizione finale sembrò un tradimento 

Nel maggio 1945 la città era passata dal dominio dei nazisti a quello dei titini. Dopo la creazione del Territorio Libero, De Gasperi si sforzò di difendere l’italianità delle zone A e B. Ma l’annessione di quest’ultima da parte di Belgrado era nei fatti. LE TAPPE 

1 marzo 1945. Alle 9.30 le truppe jugoslave entrano a Trieste precedendo quelle angloamericane. Iniziano quarantadue giorni di occupazione titina12 giugno 1945. Le truppe jugoslave lasciano Trieste e la città passa sotto il governo degli anglo-americani 10 Febbraio 1947. Il trattato di Parigi dichiara Trieste “Territorio libero”, diviso in una zona A sotto amministrazione anglo-americana e in una zona B sotto l’amministrazione jugoslava20 Marzo 1948. Stati Uniti, Regno Unito e Francia propongono il ritorno di tutto il territorio di Trieste all’ Italia. URSS e Jugoslavia si oppongono5/6 novembre’ 53. A Trieste dure manifestazioni popolari contro gli occupanti: muoiono 6 italiani26 ottobre 1954. Le truppe italiane entrano a Trieste dopo 9 anni di amministrazione anglo-americana. La restituzione sarà resa definitiva con l’ accordo di Osimo nel ‘ 75   Il 1° maggio 1945, rompendo un accordo stipulato con il generale Alexander, le truppe jugoslave entravano a Trieste, precedendo quelle angloamericane. Iniziava così, con quaranta giorni drammatici (tanto durò l’ occupazione), quella questione di Trieste che sarebbe terminata solo un decennio dopo, con la restituzione della città all’ Italia. Nel maggio 1945 la popolazione del capoluogo giuliano si era trovata, appena liberata dai tedeschi, sotto il tallone di un nuovo e diverso «nemico». Tra gli scopi di guerra dell’ esercito di Tito c’ era infatti anche quello di annettersi un’ampia porzione di territorio italiano che comprendeva appunto Trieste. A tal fine gli occupanti jugoslavi attuarono una politica di feroce repressione non soltanto contro gli esponenti fascisti del luogo, ciò che poteva essere considerato come una reazione, eccessiva ma in qualche modo comprensibile, alla politica antislava di Mussolini. Le loro violenze si indirizzarono anche contro gli esponenti dell’  antifascismo italiano che – in quanto membri di una nuova classe dirigente non compromessa con il regime – rappresentavano una minaccia per le mire annessioniste di Tito e impedivano di bollare tutti gli italiani come «fascisti». Mentre dilagavano le violenze degli jugoslavi, che in tutta la regione fecero alcune migliaia di vittime spesso gettate ancora vive nelle foibe del Carso, il Cln di Trieste si trovò costretto a entrare di nuovo nella clandestinità. Del Cln triestino non facevano parte i comunisti, che ne erano usciti nel ’44 e avevano anche fatto entrare le loro formazioni partigiane nel IX Corpo jugoslavo, che mostravano di considerare come un esercito di liberatori (ma gli jugoslavi esclusero di proposito le unità «garibaldine» inquadrate nel IX Corpo dall’ occupazione della città). In quel lembo orientale della penisola esplodeva così la contraddizione, altrove meno evidente o tenuta celata dai vertici del partito, insita nella partecipazione dei comunisti a una Resistenza che era considerata insieme guerra patriottica di liberazione e guerra «di classe». Lì infatti a rendere evidente la contraddizione era il fatto stesso che l’ alleato di classe – i comunisti jugoslavi – avesse obiettivi chiaramente antitaliani. Passata la città sotto occupazione angloamericana nel giugno 1945, la questione di Trieste assumeva un nuovo carattere con il trattato di pace che, nel 1947, da un lato sanciva l’ annessione alla Jugoslavia di una parte del territorio italiano (l’ Istria e gran parte della Venezia Giulia), dall’ altro costituiva il «Territorio libero di Trieste» diviso in una zona A (comprendente la città) sotto amministrazione alleata e in una zona B sotto amministrazione jugoslava. Proprio lì, sul fronte orientale, l’ Italia aveva subito l’ unica vera amputazione dell’ integrità nazionale, tanto più drammatica per gli echi e i significati simbolici che risalivano ai tempi del Risorgimento e della guerra del ‘ 15-18. Ora quella mutilazione evidenziava che la condizione di «cobelligeranza» ottenuta da Badoglio e la stessa Resistenza, pur politicamente rilevanti, non avevano potuto cancellare il fatto che l’ Italia era un Paese sconfitto. Negli anni successivi la questione di Trieste fu agitata per lo più dall’ estrema destra, spesso utilizzando un vecchio bagaglio ideologico di matrice nazional-fascista. Ma trovò infine soluzione grazie alla paziente azione politica sviluppata dai governi presieduti da De Gasperi, che dovettero superare ostacoli di non poco conto. Nel marzo 1948 il presidente del Consiglio italiano otteneva da francesi, inglesi e americani una dichiarazione in favore dell’ italianità di tutto il «Territorio libero di Trieste»: ma un riconoscimento del genere, che pure suscitò grandi aspettative nel Paese, doveva diventare rapidamente inutilizzabile perché la Jugoslavia, rompendo nel giugno di quell’ anno con l’ Urss, si assicurava per ciò stesso un atteggiamento di benevola comprensione da parte degli alleati. Nei confronti di Tito, poi, l’ Italia si trovava in una posizione di inferiorità, dovuta al fatto che, mentre la zona B era amministrata direttamente dalla Jugoslavia, che anzi di fatto l’ aveva annessa, la zona A (con Trieste) era soggetta all’ amministrazione di Stati alleati, sì, ma nella quale il nostro Paese non poteva avere un’ influenza effettiva. In certi momenti i rapporti tra Italia e Jugoslavia giunsero a livelli di particolare asprezza: così nel 1953, quando il nostro governo rispose con un rafforzamento del dispositivo militare di confine alla mobilitazione di 250 mila partigiani jugoslavi vicino a Gorizia. Alla fine si arrivò alla spartizione di fatto, che riconosceva il controllo della Jugoslavia sulla zona B e il passaggio della zona A dall’ amministrazione alleata a quella italiana. Da destra vi fu chi gridò al tradimento, ma si trattava dell’ unica soluzione possibile. ( Belardelli Giovanni).

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